UNA FAVOLA PSICHIATRICA
di Antonio Alberto Semi ( Venezia)
C'era una volta, in un paese lontano lontano, alla periferia della
regione della Roeupa, oltre i monti Pial, in un paese chiamato Tailia, un
bambino piccino piccino che era stato chiamato Segiuppe.
Segiuppe viveva con il papà, con la mamma e con un fratellino più
grande che si chiamava Rimano; ma, mentre Rimano era cresciuto libero e felice,
Segiuppe già quand'era nato era sembrato un po' strano.
Non voleva attaccarsi al petto della mamma, e sì che Rimano, che
occhieggiava di lontano, al solo guardare sentiva un languorino ma un languorino
che non vi dico neanche, cioè ve lo dico solo per dire che faceva voglia anche
ai bambini più grandi. Poi piangeva.
Piangono tutti, i bambini. Sì, è vero, ma questo piangeva strano: la
mamma lo prendeva in braccio e non si consolava che dopo ore e ore. Poi bastava
che la mamma se ne andasse per un momento e lui pronto riattaccava. Il papà, che
era un buon uomo e grande lavoratore, si seccava un po' perché, che è, che non
è, a poco a poco la moglie era passata a vivere nella stanza dei bambini. Egli
voleva bene ai tigli, ma voleva bene anche alla moglie e soffriva di vederla
deperire a causa di Segiuppe; e poi rimpiangeva, e un po' si vergognava di
questo suo sentimento, quel periodo in cui, prima cne nascesse Segiuppe e quando
Rimano era già grandetto da dormire da solo, poteva a volte coccolarsi come dio
comanda sua moglie e insomma, sempre come dio comanda, amarla.
Però Segiuppe cresceva bene ed era un bambino bellissimo. Non
giocava, è vero, ma gli altri, al solo guardarlo, si sentivano come affascinati
da questo bimbetto. Non rispondeva, è vero, ma la mamma poteva sempre dire che
faceva apposta, tant è vero che se nienteniente uno scartava una caramella di
nascosto, lui si girava con lo scatto d'un levriero verso il goloso. Però, e
anche questo era strano, non faceva nulla per prenderla, la caramella.
Allora la mamma, che era di cuore grande, ma grande così, prendeva
la caramella e gliela metteva nella manina. Ma lui niente, se la teneva lì per
ore intere, senza mangiarla. Poi d'un tratto, oplà, la caramella era sparita e
si trovava solo la carta.
Divenne più tardi un bambino buonissimo: passata la fase in cui
piangeva sempre, amava stare da solo, sempre nella sua stanzetta e la mamma
sapeva che, se usciva per fare le spese, poteva lasciarlo lì tranquillo
tranquillo e così, tranquillo tranquillo, lo avfebbe trovato al ritorno. Solo,
si arrabbiava tantissimo se appena Rimano faceva per cambiare qualcosa in
camera, spostare un gioco (che peraltro Segiuppe non toccava mai), tirare una
stuoia più in là. Si arrabbiava tanto che la mamma, quando lui (che aveva ormai
due anni) aveva rotto ogni bendidio in camera solo perché Rimano aveva spostato
l'orsacchiotto, aveva pensato di far dormire Rimano in camera grande, cioè
quella matrimoniale, per lasciare a Segiuppe la stanza tutta per se.
Segiuppe, intanto, cresceva ma non parlava. Il papà gli faceva
ghirighiri sotto il mento e lui non rideva, non diceva niente, pareva che il
papà fosse fatto di vetro e lui guardasse di là.
La mamma gridava « Segiuppe, Segiuppe, vieni a mangiare, la pappa e
pronta » e lui non diceva nè ai nè bai. La mamma gli portava da mangiare in
camera e lui prendeva la mano della mamma e la guidava al cucchiaio per farsi
imboccare. « Segiuppe, sei grande, devi mangiare da solo, con il cucchiaio, come
tutti i bravi bambini ». Macché: lui sorrideva, d'un sorriso vago, estatico, che
pareva venisse di lontano lontano, che se si guardava bene era anche un poco
triste, e stava lì.
Venne l'età dell'asilo, ma Rimano dovette continuare ad andar da
solo perché Segiuppe urlava, si dimenava, mordeva, ma non voleva andarci. Un
giorno che la mamma era riuscita a portarlo, dovette tornare a prenderselo dopo
un paio d'ore perché lui era stato lì, da quando era entrato, fermo sulla porta,
duro e pallido come fosse stato di pietra. I bambini lo pizzicavano e lui mancò
ti bado; la maestra lo carezzava e lui giù un morso.
I genitori cominciarono a preoccuparsi. Parlane oggi e parlane
domani, decisero infine di portarlo da un prete, famoso in tMtto il paese per la
sua bontà. Egli aveva beneficato molti. Aveva ospitato ciechi in luoghi
panoramici, portato sordi a concerti di pianisti famosi, aveva istituito piccole
tutti i quartieri della città pe gionieri non si sentissero soli lantropia era
tanto nota cne lo avevano nominato grande sicché poteva decidere, per tutti ,
quali fossero i bisogn no, e stabilire le misure per soddisfatti.
Il suo nome era Sabaglia.
Nonostante fosse indaffaratissimo rivette subito i poveri genitori e
chiese loro perchè mai avessero chiesto di parlargli. « Don Sabaglia, ci aiuti,
disse la mamma, abbiamo un bambino che ci fa perdere il sonno dai tanti pensieri
che ci fa venire. » e, in quattro e quattr'otto, raccontò la storia di Segiuppe.
Don Sabaglia annuiva annuiva mentre la mamma parlava e lei aveva l'impressione
che fosse forse anche inutile parlare, che lui sapesse già tutto. Ma, già che
era lì si fece forza e raccontò.
Alla fine Sabaglia disse: « Ah, amici miei, compagni miei, quanto
vorrei potervi accontentare! Ma mi chiedete una cosa sbagliata, non una
sabagliata, cioè una cosa che posso fare io. Dovete invece fare come vi dirò io
e allora, vedrete, saremo tutti contenti. Dico saremo perché questo problema è
di tutti, non vostro solo e a tutti parlerò perché venga affrontato per il verso
giusto ». Cosi i genitori se ne andarono con l'accordo di ritrovarsi di lì a
pochi giorni, alla riunione del quartiere, dove don Sabaglia teneva le prediche
ogni venerdi.
Don Sabaglia aveva detto di portare anche Segiuppe e il giorno
fatidico, eccoli lì, i genitori ben vestiti, Rimano ancora con il cestino
dell'asilo ( si era dovuto portare anche lui, se no chi gli badava?) e Segiuppe.
I due genitori un po' si vergognavano: erano gente schiva e non si sentivano a
loro agio, tanto più con Segiuppe che si divincolava e d'improvviso, cosa che
non aveva mai fatto si buttava a capofitto contro il muro, con un colpo sordo e
secco che faceva sussultare tutti. Qualcuno protestò, ma, quando i genitori
dissero che erano lì perché lo aveva detto don Sabaglia si tacque. E don
Sabaglia, giunto di li a poco, parlò.
Dovete sapere che in quel paese i preti da lungo tempo non dicevano
più di essere preti e in chiesa non ci andava più nessuno perché le cerimonie
liturgiche si facevano, sotto mentite spoglie, in locali che si chiamavano
centri sociali. Era un paese tremendamente afflitto dalla vergogna e, se uno
avesse chiesto a un altro, l'obbligo di buona educazione sarebbe stato di
rispondere di no, in modo che tutti e due capivano di sì, ma senza dover
affrontare la vergogna di dir come stavano le cose: per questo i preti non
dicevano di esser preti, le chiese non si chiamavano più chiese, le prediche non
si chiamavano più prediche. Ma noi, qui, continueremo a chiamare le cose col
loro nome, perché se no non capiremmo più niente.
Dunque don Sabaglia parlò.
La sua voce, bassa, un po' strascicata, non aveva nulla del tono
dell'arruffapopolo. Era, semplicemente, convincente. Disse che un grande
problema si poneva alla comunità, ma anche una grande occasione per fare un
salto qualitativo. Si trattava di vedere se tutti, non a parole ma a fatti,
erano disposti a caricarsi del problema di questa famiglia. Non era giusto che
essi, soli, si trovassero a gestire Segiuppe. Tutti dovevano farsene carico.
Segiuppe doveva restare sul territorio e tutti, anche quella maestra che aveva
chiamato la mamma perché venisse a prenderselo, dovevano non solo accettare ma
anche valorizzare la diversità di Segiuppe. Segiuppe doveva diventare il nodo
cruciale sul quale venticare la volontà politica di cambiare. Solo così si
sarebbero affrettati i tempi di una vera rivoluzione. (Volendo tradurre per chi
non è abituato al linguaggio tailiano, la predica di don Sabaglia si può
riassumere così: il dolore del fratello èun mistero mandatoci da dio, noi
dobbiamo tutti insieme viverlo, giacché nel dolore si prepara la venuta del
regno del messia).
Fu un intervento (predica, nel nostro linguaggio) memorabile.
Il popolo piangeva e si batteva il petto, la maestra giurava di
volersene far carico anche subito, i genitori, benché duramente provati da quel
che era accaduto tinora, avevano un così grande desiderio di sperare che si
abbandonarono al clima generale. Così, dal giorno dopo, tutti i cittadini di
quella città presero a farsi carico di Segiuppe; ogni mattina si presentava uno
e diceva: « Oggi me ne faccio carico io », lo acchiappava, lo metteva sulle
spalle e lo portava in giro per la città, incurante dei morsi, dei pugni, degli
schiaffi e dei pizzicotti che Segiuppe con innato senso dell'uguaglianza
distribuiva a ciascuno. Poiché erano tanti e Segiuppe era piccolo, il peso quasi
non si sentiva: per un giorno! Ma dài e dài passava il tempo e Segiuppe
cresceva: farsene carico diventava sempre più difficile. Solo alcuni giovanotti
resistevano tutta la giornata con Segiuppe sul groppone, i più dopo un paio
d'ore crollavano.
E i giovanotti, poi, erano seccati di dover sempre star lì a
bloccargli le mani per non arrivare dalla morosa, la sera, tutti segnati. Si
decise di acquistare un carrozzino, tirato da un cavallo. Il sindaco approvò, la
regione dette il suo assenso, i contribuenti tirarono fuori i soldi e Segiuppe
fu scarrozzato, che volesse o non volesse, per tutto il santo giorno per le
strade della città. Sul carrozzino era stato scritto, perché i cittadini non
dimenticassero: questo è Segiuppe, tutti dobbiamo farcene carico, deve restare
sul territorio.
Una volta un ragazzino, forse un po' invidioso del carrozzino,
chiese:
« Ma perché non gioca un poco con noi? », ma il padre gli diede uno
smataflone e gli disse: « Zitto, stupido, Segiuppe è diverso e noi dobbiamo
accettarlo così com'è: se diventasse come te, che diverso sarebbe? ».
Nessuno se lo portava a casa, perché doveva restare sul territorio e
nessuno stava a cercare di farlo parlare, perché bisognava accettarlo così
com'era. Bisogna sapere che in quel paese tutti avevano paura della violenza e,
benché qualche mattacchione ogni tanto lanciasse un petardo per spaventare il
popolo, nessuno avrebbe costretto un altro a fare alcunché. Figurarsi
costringere Segiuppe a parlare. La libertà di parola era considerata sacra. Se
qualcuno, con mezzucci, avesse niente niente tentato una cosa del genere,
sarebbe stato bollato degli insulti più atroci; violento, tecnocrate e
individualista era il meno che potesse aspettarsi.
Ma il tempo passava, impietoso.
Rimano andava già all'università, già era entrato in quella fase
della vita, lunga in quel paese, in cui si cerca lavoro: e Segiuppe sempre sul
carrozzino. I genitori, poi, diventavano vecchi. Anche lui aveva, ovviamente,
cambiato aspetto. Sempre però con quello sguardo strano, un po' selvatico e un
po' assente. Di tanto in tanto, ma di rado, mollava uno sberlone a qualcuno
senza tanto pensarci su (o, chissà, ci pensava ma non si capiva). Bisognava
radergli la barba tre volte la settimana, aveva deciso il sindaco all'atto di
far la delibera per pagare il barbiere, e, al tempo stesso, imboccarlo.
I genitori si sentivano anche a disagio: tutta questa gente che si
dava da fare per Segiuppe e loro che provavano un sentimento misto, come se
glielo portassero via, da un lato, e se non si fosse mai fatto niente davvero
per lui dall'altro. Poi si sentivano in colpa di pensare cosi di gente che li
aveva aiutati tanto e piangevano. I vecchi! Ritornano bambini, si sa.
Segiuppe, intanto, era ancora sul territorio ma, poiché il cavallo
che tirava il carrozzino era morto e trovarne un altro era un'impresa, e poi
costava tanto con i tempi duri che correvano, era stato allocato nei giardini
pubblici, che erano ben grandi, come sempre nelle città di quel paese. Più sul
territorio di così, dissero tutti, e quasi se ne scordarono. Sennonché un giorno
cominciò a circolare la voce che si masturbava, proprio li, in mezzo al
giardino, senza, immaginate, il minimo senso della vergogna.
Fu cosi che anch'egli ebbe una funzione socìale, anzi, a vero dire,
un reale lavoro: si pensò infatti che, lungi dal primere il fenomeno, bisognava
in incoraggiarlo, se era possibile. Comunque era bene che, contrariamente alle
opinioni di alcuno, lo vedessero anche i ragazzini delle scuole: così avrebbero
imparato a tollerare la diversità in tutte sue manifestazioni. Dunque nei
programmi di educazione sessuale fu inserita una gita al parco: si spiegava voce
suadente la sessualità dei diveri, e come bisognasse accettarla. Beninteso era
la sessualità dei diversi.
E qui la storia volge alla fine, tristemente perché la fine è la
morte dei genitori che, inzaccherato o cencioso che fosse; acchiappavano
Segiuppe ogni sera, se lo ripulivano e se lo mettevano a letto. Ma morti loro,
che fare? Il fratello, per necessità di lavoro era emigrato, parenti non ce
n'erano. Si riunì il consiglio comunale, si riunirono il consig]io di quartiere,
ciascuno propose qualcosa e le proposte andarono vagliate, poi ridimensionate,
poi riunite, quindi meditate e di nuovo discusse: insomma passò del tempo.
Qualcuno, intanto, visto il tempo passava e Segiuppe restava
territorio, gli aveva costruito un capannino di frasche e lui vagolava tra
dentro e fuori, sempre zitto come un pesce, forse, con uno sguardo ancora più
triste. Il capannino fu visto, fu considerata una proposta popolare, dunque
giusta e fu elaborata una proposta: di costruire una casetta li, nel parco, per
Segiuppe, anche con un appartamentino per un custode, che gli badasse un po' e
un po' tenesse in ordine il giardino. Era la soluzione giusta, tutti lo capirono
subito, ma come chiamarla?
Qualcuno proposte: Nimacomio? E così fu.
E vissero felici e contenti per un secolo e più.
martedì 27 maggio 2008
lunedì 26 maggio 2008

Il Centro Cattolico di Documentazione ha passato a Rino Camilleri che ce la racconta una notizia comparsa sul «Corriere della Sera» del 5 febbraio 2008,
La londinese Michelle Stepney, trentacinque anni e madre di un bambino di cinque, incinta di due gemelline (Alice e Harriet) si è ritrovata affetta da un tumore all’utero. Ha deciso di accettare solo una chemioterapia blanda per non danneggiare i due feti. A rischio della sua vita.
Ebbene, le piccole sono nate senza capelli per via della cura ma si è scoperto il perché scalciavano tanto nella pancia della mamma: avevano spostato a calci il tumore, impedendo che facesse del male a tutte e tre. Il tumore è poi stato felicemente operato dopo il parto.
Il Cancer Research Center britannico ha premiato la coraggiosa madre col Women Courage Award, assegnato a chi fa qualcosa di veramente speciale per gli altri.
venerdì 23 maggio 2008
GOVERNO OMBRA PD = CAVALLO DI TROIA

Capiranno gli Italiani che il "governo ombra" è come il cavallo di Troia e il Pd è composto da una massa di Ulisse del XXI secolo ?
Sarà Berlusconi come Laocoonte con i suoi figli ministri ? E verranno dal Mediterraneo i grossi serpenti che trascinarono via Il povero indovino e sacerdote troiano insieme ai figli?
Porrà attenzione il Priamo del Colle per ascoltare le tante Cassandre che gridano all'imbroglio ? E avrà la forza di ordinare al suo popolo di sinistra di desistere da un disegno utile solo a bruciare definitivamente l'Italia ?
Chi vivrà vedrà.
giovedì 22 maggio 2008
martedì 20 maggio 2008
lunedì 19 maggio 2008
Bruno Contrada
L'avvocato Giuseppe Lipera ha incontrato il suo assistito Bruno Contrada nel carcere militare di Santa Maria Capua Vetere, dove l'ex funzionario del Sisde sconta 10 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa. Dopo un colloquio di circa cinque ore, a cui in parte ha assistito anche il deputato del Pdl Giancarlo Lehner, l'avvocato ha dichiarato: "E' triste dirlo, ma in pratica siamo all'epilogo di una tragedia annunciata".
Le condizioni di salute di Contrada "rimangono quelle note a più, anzi è ancora più smagrito e pallido" dice l'Avvocato. "Mi ha confermato - ha aggiunto Lipera - che non vuole che presenti più istanze di liberazione per motivi di salute. 'Ormai è chiaro: Mi vogliono morto!' ha detto Contrada aggiungendo: 'continui la battaglia per il riconoscimento della mia innocenza anche da morto, ma per il resto basta. Si tenga pronto per l'istanza di nulla osta per la traslazione della salma a Palermo'.", riferisce l'avvocato, che sottolinea: "Contrada ha deciso di lasciarsi morire".
"Contrada - conclude Lipera - mi ha consegnato un biglietto che domani qualcuno dovrà leggere al convegno a Napoli sulla giustizia dove si ricorderà Enzo Tortora il giorno del ventesimo anniversario della sua morte".
S.M.Capua Vetere, 17/5/2008
domenica 18 maggio 2008
DALLA CINA CON AMORE

Cina, poliziotta diventa un'eroina
Allatta otto neonati dopo terremoto
Una poliziotta cinese è diventata un'eroina dopo essersi offerta di allattare otto neonati che, dopo il terremoto di lunedì, rischiavano di morire di fame. La giovane, che ha un figlio, sta prendendosi cura dei bebè: tre sono figli di mamme sfollate che hanno perso il latte per il trauma subito, gli altri cinque sono orfani che provengono da una struttura sprovvista di latte in polvere
sabato 17 maggio 2008
COME SI CREA UN MOSTRO E SI UCCIDE UN UOMO

Il 18 maggio ricorre l’anniversario della morte del noto conduttore radiotelevisivo e giornalista Enzo Tortora il cui percorso è piuttosto tortuoso. La sua immagine si è trasformata nel giro di una notte da quella di amato personaggio dello spettacolo a quella di delinquente a causa dell’infamante ed infondata accusa scagliatagli contro da alcuni pentiti ed avallata da un terribile sbaglio giudiziario.
(cliccare sul titolo)
venerdì 16 maggio 2008
Carpe diem quam minimum credula postero

Per scoprire il valore di un anno,
chiedilo ad uno studente che è stato bocciato all'esame finale.
Per scoprire il valore di un mese,
chiedilo ad una madre che ha messo al mondo un bambino troppo presto.
Per scoprire il valore di una settimana,
chiedilo all'editore di una rivista settimanale.
Per scoprire il valore di un'ora,
chiedilo agli innamorati che stanno aspettando di vedersi.
Per scoprire il valore di un minuto,
chiedilo a qualcuno che ha appena perso il treno, il bus o l'aereo.
Per scoprire il valore di un secondo,
chiedilo a qualcuno che è sopravvissuto a un incidente.
Per scoprire il valore di un millisecondo,
chiedilo ad un atleta che alle Olimpiadi ha vinto la medaglia d'argento.
Il tempo non aspetta nessuno.
Raccogli ogni momento che ti rimane, perché ha un grande valore.
DA CORRISPONDENZA ROMANA
Benedetto XVI parla chiaro sull’aborto
Fonte: FattiSentire.net inserito il: 2008-05-16 07:06:23
di Andrea Tornielli
Roma - La legge 194, che dal 1978 ha legalizzato l’aborto in Italia, «non ha risolto i problemi», ma ha aperto un’ulteriore «ferita nelle nostre società». È inequivocabile il giudizio contenuto nel discorso che Benedetto XVI ha rivolto ieri mattina in Vaticano ai delegati del Movimento per la vita. Parole che hanno innescato una lunga serie di reazioni politiche.
Parlando degli «effetti umani e sociali che la legge ha prodotto nella comunità civile e cristiana durante questo periodo», Ratzinger ha osservato: «non si può non riconoscere che difendere la vita umana è diventato oggi praticamente più difficile, perché si è creata una mentalità di progressivo svilimento del suo valore, affidato al giudizio del singolo. Come conseguenza ne è derivato un minor rispetto per la stessa persona umana, valore questo che sta alla base di ogni civile convivenza, al di là della fede che si professa». Benedetto XVI non si è nascosto la complessità del problema e le «cause che conducono a decisioni dolorose come l’aborto», spiegando che la Chiesa «stimola a promuovere ogni iniziativa a sostegno delle donne e delle famiglie per creare condizioni favorevoli all’accoglienza della vita».
«L’aver permesso di ricorrere all’interruzione della gravidanza – ha aggiunto il Pontefice – non solo non ha risolto i problemi che affliggono molte donne e non pochi nuclei familiari, ma ha aperto una ulteriore ferita nelle nostre società, già purtroppo gravate da profonde sofferenze». Un giudizio in netta controtendenza rispetto a coloro che hanno considerato e considerano la legge 194 una necessità.
Benedetto XVI ha continuato ricordando che «diversi problemi continuano ad attanagliare la società odierna, impedendo di dare spazio al desiderio di tanti giovani di sposarsi e formare una famiglia per le condizioni sfavorevoli in cui vivono». «La mancanza di lavoro sicuro – ha detto –, legislazioni spesso carenti in materia di tutela della maternità, l’impossibilità di assicurare un sostentamento adeguato ai figli, sono alcuni degli impedimenti che sembrano soffocare l’esigenza dell’amore fecondo, mentre aprono le porte a un crescente senso di sfiducia nel futuro».
Da qui l’invito a «unire gli sforzi» perché le diverse istituzioni «pongano di nuovo al centro della loro azione la difesa della vita umana e l’attenzione prioritaria alla famiglia, nel cui alveo la vita nasce e si sviluppa», e aiutino «con ogni strumento legislativo la famiglia per facilitare la sua formazione e la sua opera educativa».
Ratzinger benedice le attività del Movimento, come i centri di aiuto alla vita, «per evitare l’aborto anche in caso di gravidanze difficili, operando nel contempo sul piano dell’educazione, della cultura e del dibattito politico»; afferma la necessità di «testimoniare in maniera concreta che il rispetto della vita è la prima giustizia da applicare» e appoggia la petizione rivolta al Parlamento Europeo, «nella quale affermate i valori fondamentali del diritto alla vita fin dal concepimento, della famiglia fondata sul matrimonio di un uomo e una donna, del diritto di ogni essere umano concepito a nascere e ad essere educato in una famiglia di genitori».
Il leader radicale Marco Pannella ha definito un’«offesa allo Stato democratico» il discorso del Papa, l’ex ministro Livia Turco ritiene le parole di Ratzinger «non giustificate dai dati». Il neo ministro per le Pari Opportunità, Mara Carfagna, è d’accordo col Pontefice, «la cultura della vita è stata svilita ma il problema non è discutere la 194». La soluzione? «Una normativa a favore della famiglia che incentivi le nascite e a favore delle donne affinché rinuncino ad abortire»
Fonte: FattiSentire.net inserito il: 2008-05-16 07:06:23
di Andrea Tornielli
Roma - La legge 194, che dal 1978 ha legalizzato l’aborto in Italia, «non ha risolto i problemi», ma ha aperto un’ulteriore «ferita nelle nostre società». È inequivocabile il giudizio contenuto nel discorso che Benedetto XVI ha rivolto ieri mattina in Vaticano ai delegati del Movimento per la vita. Parole che hanno innescato una lunga serie di reazioni politiche.
Parlando degli «effetti umani e sociali che la legge ha prodotto nella comunità civile e cristiana durante questo periodo», Ratzinger ha osservato: «non si può non riconoscere che difendere la vita umana è diventato oggi praticamente più difficile, perché si è creata una mentalità di progressivo svilimento del suo valore, affidato al giudizio del singolo. Come conseguenza ne è derivato un minor rispetto per la stessa persona umana, valore questo che sta alla base di ogni civile convivenza, al di là della fede che si professa». Benedetto XVI non si è nascosto la complessità del problema e le «cause che conducono a decisioni dolorose come l’aborto», spiegando che la Chiesa «stimola a promuovere ogni iniziativa a sostegno delle donne e delle famiglie per creare condizioni favorevoli all’accoglienza della vita».
«L’aver permesso di ricorrere all’interruzione della gravidanza – ha aggiunto il Pontefice – non solo non ha risolto i problemi che affliggono molte donne e non pochi nuclei familiari, ma ha aperto una ulteriore ferita nelle nostre società, già purtroppo gravate da profonde sofferenze». Un giudizio in netta controtendenza rispetto a coloro che hanno considerato e considerano la legge 194 una necessità.
Benedetto XVI ha continuato ricordando che «diversi problemi continuano ad attanagliare la società odierna, impedendo di dare spazio al desiderio di tanti giovani di sposarsi e formare una famiglia per le condizioni sfavorevoli in cui vivono». «La mancanza di lavoro sicuro – ha detto –, legislazioni spesso carenti in materia di tutela della maternità, l’impossibilità di assicurare un sostentamento adeguato ai figli, sono alcuni degli impedimenti che sembrano soffocare l’esigenza dell’amore fecondo, mentre aprono le porte a un crescente senso di sfiducia nel futuro».
Da qui l’invito a «unire gli sforzi» perché le diverse istituzioni «pongano di nuovo al centro della loro azione la difesa della vita umana e l’attenzione prioritaria alla famiglia, nel cui alveo la vita nasce e si sviluppa», e aiutino «con ogni strumento legislativo la famiglia per facilitare la sua formazione e la sua opera educativa».
Ratzinger benedice le attività del Movimento, come i centri di aiuto alla vita, «per evitare l’aborto anche in caso di gravidanze difficili, operando nel contempo sul piano dell’educazione, della cultura e del dibattito politico»; afferma la necessità di «testimoniare in maniera concreta che il rispetto della vita è la prima giustizia da applicare» e appoggia la petizione rivolta al Parlamento Europeo, «nella quale affermate i valori fondamentali del diritto alla vita fin dal concepimento, della famiglia fondata sul matrimonio di un uomo e una donna, del diritto di ogni essere umano concepito a nascere e ad essere educato in una famiglia di genitori».
Il leader radicale Marco Pannella ha definito un’«offesa allo Stato democratico» il discorso del Papa, l’ex ministro Livia Turco ritiene le parole di Ratzinger «non giustificate dai dati». Il neo ministro per le Pari Opportunità, Mara Carfagna, è d’accordo col Pontefice, «la cultura della vita è stata svilita ma il problema non è discutere la 194». La soluzione? «Una normativa a favore della famiglia che incentivi le nascite e a favore delle donne affinché rinuncino ad abortire»
mercoledì 14 maggio 2008
domenica 11 maggio 2008
venerdì 2 maggio 2008
CHE NE DICI DUEPASSI ?
Parsifahl
Carburanti alternativi. Un visionario ed una proposta complessa. Discutiamone 02/05/2008 14:11
Come promesso in un precedente post, rieccomi qui con una nuova mia lunga elucubrazione, questa volta dedicata al tema: CARBURANTI ALTERNATIVI.
Per chi non ha letto il mio precedente post
http://www.legnostorto.com/index.php?option=com_joomlaboard&Itemid=30&func=view&id=377345&catid=3&limit=15&limitstart=15 target="_blank"> http://www.legnostorto.com/index.php?option=com_joomlaboard&Itemid=30&func=view&id=377345&catid=3&limit=15&limitstart=15
ricordo che parlavo della possibilità di utilizzare biocarburanti in sostituzione completa dei carburanti derivati fossili e ribadivo di portare dati efficaci e non solo una mia personale teoria.
Premetto che sono diversi giorni che faccio ricerche su internet, ma non riesco a trovare informazioni attendibili e quantificazioni certe sui dati relativi all'import di petrolio. L'unico dato che risulta rindondante è che l'Italia deve importare l'85% di "ENERGIA" dall'estero, in quanto l'autosufficienza, in tema di produzione energetica, è pari solo al restante 15%, valore formato da diversi elementi, quali: estrazione locale del petrolio, produzione tramite centrali idroelettriche, eoliche, etc.
Inizialmente volevo creare una tabella di comparazione, tra la resa energetica del petrolio e la produzione agricola di oleaginose e relativa resa energetica, che avrebbe dovuto riportare i seguenti dati:
- Quantitativo di petrolio importato e relativa resa in termini energetici;
- Produzione minima in tonnellate, ottenibile da un ettaro di terreno coltivato con la peggiore oleaginosa conosciuta sul territorio Italiano (quindi media della produttività);
- Produzione utile ottenibile da un ettaro di terreno di olio trasformabile in bio-carburante;
- Resa, in termini energetici e comparati con la resa del petrolio, del bio-carburante.
- Totale ettari di terreno non coltivato in Italia;
- Totale ettari di terreno coltivati in Italia;
- Totale ettari di terreno coltivati con produzione non necessaria (o di beni agricoli facilmente importabili);
Da questa tabella, avrei dovuto ricavare il totale degli ettari utili per la coltivazione delle oleaginose e tali da andare a coprire la resa energetica ottenuta dalla stessa quantità di petrolio importato.
A questi dati in uscita dalla tabella, ne avrei realizzata una seconda, andando a sostituire il confronto dei costi e quindi dei relativi benefici economici (se presenti) ottenuti dalla conversione del sistema di produzione energetico, dal petrolio al bio-carburante.
Preciso che i dati avrebbero potuto anche far emergere l'impossibilità della copertura, in termini di produttività agricola, da parte delle oleaginose rispetto al quantitativo importato del petrolio, ma di tale ipotesi ho già un'alternativa che proporrò in un altro post.
Anche non avendo i dati di cui sopra ho deciso di aprire il topic, questo sia per cercare qualche volontario che, interessato alla mia balzana idea, sia disposto a collaborare con me nella ricerca dei dati per generare la tabella/e di cui sopra, ma anche per verificare se tutto ciò che sto scrivendo sia improponibile, non tanto comparando le singole opinioni personali (filosofiche o idealistiche), ma eventualmente, se qualche lettore abbia già provveduto a fare queste analisi, possibilmente in maniera approfondita.
A parte gli indicatori che mancano e che non riesco a trovare, intendo comunque, anche se solo a livello teorico, illustrare la mia idea, che direi è abbastanza complessa, ma che forse, vale la pena analizzarla.
Parto da tre assunti che sono fondamentali e forse già essi, da soli, sufficienti a dimostrare che questa mia idea non è poi tanto balzana.
Assunto 1: Le riserve di petrolio, prima o poi si esauriranno (se avverrà fra 10 o fra 100 anni, ciò non è determinante nell'utilità dell'intera argomentazione che sto proponendo, ma al massimo può solo far aumentare in maniera negativa alcuni dati, tipo il costo dell'energia, destabilizzazioni politiche locali ed internazionali, inquinamento);
Assunto 2: L'energia nucleare (sia fissione che fusione) avrà sempre dei problemi legati alla sicurezza ed allo smaltimento delle scorie (preciso che gli studi sulla fusione sono ancora agli inizi, vedi progetto ITER) e rimarrebbe solo come ultima spiaggia quale soluzione per la produzione di energia (e tra l'altro ne rimarrebbe fuori una fetta importante legata a quella utilizzata dai mezzi di trasporto).
Assunto 3: Le energie alternative (solare, eolico, idrogeno, etc,) non sono sufficienti o adatte a sopperire le esigenze, soprattutto quelle industriali, in quanto esistono limiti fisici insuperabili.
Detto ciò, faccio una breve considerazione sullo stato attuale delle risorse energetiche, per poi passare alla descrizione della mia idea.
"... Il prezzo del petrolio continua ad aumentare ed ormai ha acquisito un'accelerazione che presto parleremo di 200$ al barile. Ogni anno nel mondo vengono estratti circa 3 miliardi e mezzo di tonnellate di petrolio greggio, dalle sabbie del deserto, dai ghiacci dell'Alaska, dalle giungle del sud-est asiatico o dell'Africa, dal fondo del mare in cui il petrolio viene raggiunto con trivelle sempre più sofisticate e che comportano crescenti costi di ricerca, estrazione, trasporto, raffinazione.
Da tempo sono state identificate varie soluzioni possibili per ottenere dei carburanti per autoveicoli utili alla movimentazione delle merci e che assorbono quasi la metà dei consumi mondiali di petrolio. Il motore a scoppio, quello delle automobili e dei camion, è stato inventato dai fisici italiani Barsanti e Matteucci nel 1854, quando la benzina era sconosciuta. Funzionava allora con gas e liquidi derivati dal carbon fossile; quando hanno cominciato a funzionare le prime raffinerie di petrolio non è sembrato vero ai petrolieri smaltire i prodotti raffinati (quelli che oggi chiamiamo benzine e gasolio) come carburanti per motori a scoppio. E l'industria automobilistica è cresciuta, nell'America, paese del petrolio, fabbricando motori adatti proprio per consumare tali prodotti petroliferi. Ma varie volte nella storia (durante le guerre, nei periodi di autarchia, durante le crisi petrolifere) sono stati utilizzati carburanti diversi dalla benzina ed ogni volta, davanti al pericolo di una concorrenza, le compagnie petrolifere hanno fatto in modo di relegare le alternative nei cassetti. Per restare al caso della benzina, ai prezzi attuali della benzina sarebbe già economicamente conveniente utilizzare alcol etilico ricavato da prodotti e sottoprodotti agricoli, oppure derivati dei grassi naturali, adatti come sostituti del gasolio. Una parte dei soldi che lo stato spende per consentire agli italiani di continuare a consumare "più benzina", dipendendo di più dalle costose importazioni di petrolio, potrebbe essere dirottata a incentivare la trasformazione di prodotti e sottoprodotti agricoli in carburanti, creando occupazione nelle zone arretrate agricole italiane. Col vantaggio di un minore inquinamento atmosferico e dell'uso di risorse naturali rinnovabili.
Carburanti per autoveicoli possono essere ottenuti dalla gassificazione e idrogenazione del carbone, di cui esistono nel mondo riserve 50 volte più abbondanti di quelle del petrolio; anche in questo caso in passato, per decenni, è stata prodotta benzina "sintetica" dal carbone. Le tecniche di trasformazione del carbone in benzina sintetica sono notissime, sono state continuamente perfezionate in questi anni, sono state tenute intenzionalmente da parte per non disturbare le multinazionali del petrolio. E' possibile riprogettare i motori a scoppio in modo che consumino meno carburante.
Una "benzina alternativa" (la ricetta che consentirebbe di spendere meno denaro per importare petrolio, che farebbe diminuire l'inquinamento e la congestione del traffico automobilistico nelle città) sarebbe rappresentata dalla "diminuzione" dei consumi di benzina e gasolio, da una coraggiosa "diminuzione" dell'uso e abuso dell'automobile privata, dal potenziamento e miglioramento dei trasporti collettivi, che consentono alle persone di percorrere la stessa strada con minore consumo di carburanti petroliferi, dal trasporto per ferrovia o via mare delle merci oggi trasportate su camion..."
Tale "ricetta", a mio giudizio, rimane una semplice utopia, in quanto la società moderna si deve confrontare con esigenze plurali e soprattutto, con tempi di risposta immediata. Inoltre, se si sposta il trasporto dall'auto privata al mezzo pubblico, una parte dell'energia deve essere ugualmente prodotta, non più dai motori delle singole automobili bensì da strutture atte a generare energia pubblica e quindi la diminuzione sarebbe relativamente poca. Ma tornando all'oggetto del mio post, ricordo a me stesso che ".... l'agricoltura è l'attività produttiva primaria, non solo a parole. Nella sola Italia la massa di prodotti agricoli e zootecnici supera i 70~100 milioni di tonnellate all'anno. Il vanto che in Italia solo una piccola frazione dei lavoratori è impegnato in agricoltura è pagato dalla collettività nazionale con l'obbligo di importare milioni di tonnellate, ogni anno, di materie prime da trasformare (cereali, frutta, animali vivi, carne, legno, etc) e altrettanti milioni di tonnellate di prodotti confezionati, dalle conserve di pomodoro, alla frutta conservata, alla pasta alimentare, alle bevande alcoliche, e poi pasta da carta, carta, fibre tessili, ecc., per circa svariati milioni di euro. Gran parte di questi prodotti di importazione potrebbero essere ottenuti dalle attività agricole, forestali e zootecniche all'interno, aumentando l'occupazione, incentivando la permanenza di attività agricole sul territorio con effetti positivi sulla difesa del suolo...."
Ma se il ritorno all'agricoltura per la produzione di beni agricoli non è fattibile, sia per motivi culturali o per imposizioni a livello Europeo o di mercato, allora proviamo a verificare se è possibile rendere produttivi i terreni agricoli, cioè quelli a cui facevo riferimento all'inizio, e quindi i convertibili in produzione di oleaginose.
E' evidente che per arrivare a far ciò è impensabile proporre o imporre un cambiamento di mentalità o abitudini ai singoli cittadini. Anche un imprenditore coraggioso, non andrebbe mai ad investire i suoi soldini per aprire un'azienda agricola che produce mele, pomodori o fragole per poi arrivare a scontrasi con la Spagna, Olanda, Israele o addirittura Cina e soprattutto non arriverebbe mai a produrre "colza" per poi non avere un mercato efficace.
Forse ora potrei entrare in un vicolo cieco, dove la visione liberale di una nazione verrebbe messa in dubbio da un'azione statalista, però se si prova a fare uno sforzo e se si assegna il giusto ruolo ad ogni ente che andrà a comporre il puzzle, probabilmente si riesce a salvare capra e cavoli.
Un'oculata pianificazione, con un tempo di attuazione di circa 15 ~ 20 anni dovrebbe essere sufficiente e tale da rendere realizzabile la conversione del sistema di produzione energetico con l'uso esclusivo di biocarburanti al posto dei raffinati del petrolio.
Per arrivare a rendere fattibile ciò, occorre un coordinatore che abbia potere decisionale e soprattutto che possa mettere a disposizione il capitale (non solo economico, ma anche in termini di strutture e di risorse umane) e questo è lo STATO.
Solo lo STATO può assicurare alle industrie la certezza della vendita di automobili (o la conversione delle centrali energetiche) se impone la modifica del tipo di carburante primario utile alla produzione dell'energia. Automaticamente diventerebbero reali gli interessi di tutti, indistintamente, dai singoli cittadini, ai gruppi di gestione economica, fino ai grandi industriali.
Per STATO intendo anche la presenza di uno statista (o un gruppo di politici) che abbia il coraggio di andare contro tutto e tutti, a partire dalle forze contrapposte nazionali, passando per le pressioni delle grosse multinazionali fino all'opposizione diplomatica dei più grandi stati stranieri.
La creazione di un Ministero ad hoc, che potremmo chiamare dello "Sviluppo Eergetico", avrebbe il compito di coordinare diverse aree fondamentali ed indirizzare il loro operato in maniera da raggiungere l'unico scopo preposto, e cioè la conversione di tutto il Sistema Energetico nazionale, abbandonando, gradatamente l'uso dei derivati dal petrolio.
Il Ministero, in primis, dovrebbe dare mandato ad una o più università, per la realizzazione di studi appropriati nei vari settori che concorrono alla conversione dei sistemi di generazione dell'energia. Le Università, opererebbero non in maniera autonoma, come avviene attualmente, ma in collaborazione diretta con le industrie e le realtà locali, e tra l'altro, con gli sforzi singoli, tutti indirizzati verso un'unica meta e quindi un progetto comune.
Faccio un esempio semplice per comprendere meglio.
Attualmente una qualsiasi casa automobilistica ha al suo interno un suo staff che si interessa allo sviluppo tecnologico ed implementazione delle automobili che produce. La maggior parte degli studi vengono indirizzati sull'aspetto estetico o dell'aerodinamicità delle vetture e solo in parte vengono eseguiti degli approfondimenti sulla modifica sostanziale del motore, in quanto è un dato di fatto la dipendenza dei derivati dal petrolio e la loro distribuzione capillare in ambito nazionale ed internazionale destinata all'utente finale. Inoltre, le risorse umane che compongono lo staff vengono prese a caso e logicamente operano non in funzione della ricerca di nuove tecnologie (legate a nuovi carburanti), ma il perseguimento di obbiettivi strategici ed economici richiesti dalla proprietà, strettamente connessi alla commercializzazione delle autovetture. Nel momento in cui ad una struttura produttiva, che ha un know-how che parte da molto lontano e determinante per la specifica produzione, gli si affianca un numero elevato di ricercatori universitari e soprattutto, questi ultimi, sono legati ad un progetto che ha un sicuro futuro perchè sostenuto da una pianificazione statale, i vincoli economici e commerciali vanno a cadere o comunque sono perseguiti ugualmente, proprio perchè certi e non effimeri.
E' evidente che prima di coinvolgere le case automobilistiche, dovrebbe essere studiata e quindi attuata una pianificazione che arrivi a gestire al meglio i terreni agricoli e produttivi, procedendo con un'analisi della redditività (in termini agricoli) delle singole aree agricole e produttive nazionali, con uno studio tecnologico appropriato.
Anche in questo caso, le università (ad indirizzo agricolo) avrebbero un ruolo determinante, sia per lo studio connesso all'implementazione delle modifiche genetiche, volte al miglioramento della produzione e della produttività delle oleaginose (con una fava si prenderebbero due piccioni. Gli ecologisti non romperebbero più le scatole sugli studi della modifica genetica delle piante, viste che si farebbero per prodotti non rivolti all'uso umano, e gli scienziati non sarebbero più castrati dai noti motivi etici).
La conduzione dei terreni agricoli verrebbe assegnata ai singoli proprietari terrieri, in maniera autonoma, se capaci, oppure raccolti in consorzi o cooperative (con buona pace anche dei comunisti). I consorzi o le cooperative avrebbero il compito, importantissimo, finalizzato all'implementazione delle infrastrutture e la mera gestione operativa giornaliera, tenendo sempre presente che il tipo di produzione rimarrebbe vincolato alle indicazioni delle università (ad indirizzo agricolo) e del Ministero di riferimento.
La gestione economica (studio e modalità) dovrebbe scaturire sempre da un'accurata analisi delle università (ad indirizzo economico) e tali da evitare situazioni di spreco e tali da compensare sbilanciamenti economici tra le varie aree produttive (sussidiarietà).
Altri interventi strutturali comporterebbero sia la creazione di nuove strutture, atte alla raffinazione dell'olio in carburante e sia la sua distribuzione su tutto il territorio nazionale.
Preferisco non fare l'elenco degli effetti pratici, che a catena, porterebbero un nuovo positivo benessere a livello nazionale, a partire dalla diminuzione drastica della disoccupazione, ai benefici sulla diminuzione del costo della vita, per non parlare del risvolto ambientale in tema di inquinamento.
Se il presente post sarà oggetto di attenzione e discussione, procederò con due ulteriori esposizioni di analisi ai problemi connessi e legati ai rapporti con gli altri stati (spostamento, nel territorio nazionale, dei mezzi stranieri non dotati di motori convertiti e gestione degli scambi commerciali dei carburanti con gli altri stati) e, come detto in precedenza, parlerò della soluzione legata al mancato raggiungimento della produzione di oleaginose utile a coprire il fabbisogno nazionale di carburante.
Bye
Carburanti alternativi. Un visionario ed una proposta complessa. Discutiamone 02/05/2008 14:11
Come promesso in un precedente post, rieccomi qui con una nuova mia lunga elucubrazione, questa volta dedicata al tema: CARBURANTI ALTERNATIVI.
Per chi non ha letto il mio precedente post
http://www.legnostorto.com/index.php?option=com_joomlaboard&Itemid=30&func=view&id=377345&catid=3&limit=15&limitstart=15 target="_blank"> http://www.legnostorto.com/index.php?option=com_joomlaboard&Itemid=30&func=view&id=377345&catid=3&limit=15&limitstart=15
ricordo che parlavo della possibilità di utilizzare biocarburanti in sostituzione completa dei carburanti derivati fossili e ribadivo di portare dati efficaci e non solo una mia personale teoria.
Premetto che sono diversi giorni che faccio ricerche su internet, ma non riesco a trovare informazioni attendibili e quantificazioni certe sui dati relativi all'import di petrolio. L'unico dato che risulta rindondante è che l'Italia deve importare l'85% di "ENERGIA" dall'estero, in quanto l'autosufficienza, in tema di produzione energetica, è pari solo al restante 15%, valore formato da diversi elementi, quali: estrazione locale del petrolio, produzione tramite centrali idroelettriche, eoliche, etc.
Inizialmente volevo creare una tabella di comparazione, tra la resa energetica del petrolio e la produzione agricola di oleaginose e relativa resa energetica, che avrebbe dovuto riportare i seguenti dati:
- Quantitativo di petrolio importato e relativa resa in termini energetici;
- Produzione minima in tonnellate, ottenibile da un ettaro di terreno coltivato con la peggiore oleaginosa conosciuta sul territorio Italiano (quindi media della produttività);
- Produzione utile ottenibile da un ettaro di terreno di olio trasformabile in bio-carburante;
- Resa, in termini energetici e comparati con la resa del petrolio, del bio-carburante.
- Totale ettari di terreno non coltivato in Italia;
- Totale ettari di terreno coltivati in Italia;
- Totale ettari di terreno coltivati con produzione non necessaria (o di beni agricoli facilmente importabili);
Da questa tabella, avrei dovuto ricavare il totale degli ettari utili per la coltivazione delle oleaginose e tali da andare a coprire la resa energetica ottenuta dalla stessa quantità di petrolio importato.
A questi dati in uscita dalla tabella, ne avrei realizzata una seconda, andando a sostituire il confronto dei costi e quindi dei relativi benefici economici (se presenti) ottenuti dalla conversione del sistema di produzione energetico, dal petrolio al bio-carburante.
Preciso che i dati avrebbero potuto anche far emergere l'impossibilità della copertura, in termini di produttività agricola, da parte delle oleaginose rispetto al quantitativo importato del petrolio, ma di tale ipotesi ho già un'alternativa che proporrò in un altro post.
Anche non avendo i dati di cui sopra ho deciso di aprire il topic, questo sia per cercare qualche volontario che, interessato alla mia balzana idea, sia disposto a collaborare con me nella ricerca dei dati per generare la tabella/e di cui sopra, ma anche per verificare se tutto ciò che sto scrivendo sia improponibile, non tanto comparando le singole opinioni personali (filosofiche o idealistiche), ma eventualmente, se qualche lettore abbia già provveduto a fare queste analisi, possibilmente in maniera approfondita.
A parte gli indicatori che mancano e che non riesco a trovare, intendo comunque, anche se solo a livello teorico, illustrare la mia idea, che direi è abbastanza complessa, ma che forse, vale la pena analizzarla.
Parto da tre assunti che sono fondamentali e forse già essi, da soli, sufficienti a dimostrare che questa mia idea non è poi tanto balzana.
Assunto 1: Le riserve di petrolio, prima o poi si esauriranno (se avverrà fra 10 o fra 100 anni, ciò non è determinante nell'utilità dell'intera argomentazione che sto proponendo, ma al massimo può solo far aumentare in maniera negativa alcuni dati, tipo il costo dell'energia, destabilizzazioni politiche locali ed internazionali, inquinamento);
Assunto 2: L'energia nucleare (sia fissione che fusione) avrà sempre dei problemi legati alla sicurezza ed allo smaltimento delle scorie (preciso che gli studi sulla fusione sono ancora agli inizi, vedi progetto ITER) e rimarrebbe solo come ultima spiaggia quale soluzione per la produzione di energia (e tra l'altro ne rimarrebbe fuori una fetta importante legata a quella utilizzata dai mezzi di trasporto).
Assunto 3: Le energie alternative (solare, eolico, idrogeno, etc,) non sono sufficienti o adatte a sopperire le esigenze, soprattutto quelle industriali, in quanto esistono limiti fisici insuperabili.
Detto ciò, faccio una breve considerazione sullo stato attuale delle risorse energetiche, per poi passare alla descrizione della mia idea.
"... Il prezzo del petrolio continua ad aumentare ed ormai ha acquisito un'accelerazione che presto parleremo di 200$ al barile. Ogni anno nel mondo vengono estratti circa 3 miliardi e mezzo di tonnellate di petrolio greggio, dalle sabbie del deserto, dai ghiacci dell'Alaska, dalle giungle del sud-est asiatico o dell'Africa, dal fondo del mare in cui il petrolio viene raggiunto con trivelle sempre più sofisticate e che comportano crescenti costi di ricerca, estrazione, trasporto, raffinazione.
Da tempo sono state identificate varie soluzioni possibili per ottenere dei carburanti per autoveicoli utili alla movimentazione delle merci e che assorbono quasi la metà dei consumi mondiali di petrolio. Il motore a scoppio, quello delle automobili e dei camion, è stato inventato dai fisici italiani Barsanti e Matteucci nel 1854, quando la benzina era sconosciuta. Funzionava allora con gas e liquidi derivati dal carbon fossile; quando hanno cominciato a funzionare le prime raffinerie di petrolio non è sembrato vero ai petrolieri smaltire i prodotti raffinati (quelli che oggi chiamiamo benzine e gasolio) come carburanti per motori a scoppio. E l'industria automobilistica è cresciuta, nell'America, paese del petrolio, fabbricando motori adatti proprio per consumare tali prodotti petroliferi. Ma varie volte nella storia (durante le guerre, nei periodi di autarchia, durante le crisi petrolifere) sono stati utilizzati carburanti diversi dalla benzina ed ogni volta, davanti al pericolo di una concorrenza, le compagnie petrolifere hanno fatto in modo di relegare le alternative nei cassetti. Per restare al caso della benzina, ai prezzi attuali della benzina sarebbe già economicamente conveniente utilizzare alcol etilico ricavato da prodotti e sottoprodotti agricoli, oppure derivati dei grassi naturali, adatti come sostituti del gasolio. Una parte dei soldi che lo stato spende per consentire agli italiani di continuare a consumare "più benzina", dipendendo di più dalle costose importazioni di petrolio, potrebbe essere dirottata a incentivare la trasformazione di prodotti e sottoprodotti agricoli in carburanti, creando occupazione nelle zone arretrate agricole italiane. Col vantaggio di un minore inquinamento atmosferico e dell'uso di risorse naturali rinnovabili.
Carburanti per autoveicoli possono essere ottenuti dalla gassificazione e idrogenazione del carbone, di cui esistono nel mondo riserve 50 volte più abbondanti di quelle del petrolio; anche in questo caso in passato, per decenni, è stata prodotta benzina "sintetica" dal carbone. Le tecniche di trasformazione del carbone in benzina sintetica sono notissime, sono state continuamente perfezionate in questi anni, sono state tenute intenzionalmente da parte per non disturbare le multinazionali del petrolio. E' possibile riprogettare i motori a scoppio in modo che consumino meno carburante.
Una "benzina alternativa" (la ricetta che consentirebbe di spendere meno denaro per importare petrolio, che farebbe diminuire l'inquinamento e la congestione del traffico automobilistico nelle città) sarebbe rappresentata dalla "diminuzione" dei consumi di benzina e gasolio, da una coraggiosa "diminuzione" dell'uso e abuso dell'automobile privata, dal potenziamento e miglioramento dei trasporti collettivi, che consentono alle persone di percorrere la stessa strada con minore consumo di carburanti petroliferi, dal trasporto per ferrovia o via mare delle merci oggi trasportate su camion..."
Tale "ricetta", a mio giudizio, rimane una semplice utopia, in quanto la società moderna si deve confrontare con esigenze plurali e soprattutto, con tempi di risposta immediata. Inoltre, se si sposta il trasporto dall'auto privata al mezzo pubblico, una parte dell'energia deve essere ugualmente prodotta, non più dai motori delle singole automobili bensì da strutture atte a generare energia pubblica e quindi la diminuzione sarebbe relativamente poca. Ma tornando all'oggetto del mio post, ricordo a me stesso che ".... l'agricoltura è l'attività produttiva primaria, non solo a parole. Nella sola Italia la massa di prodotti agricoli e zootecnici supera i 70~100 milioni di tonnellate all'anno. Il vanto che in Italia solo una piccola frazione dei lavoratori è impegnato in agricoltura è pagato dalla collettività nazionale con l'obbligo di importare milioni di tonnellate, ogni anno, di materie prime da trasformare (cereali, frutta, animali vivi, carne, legno, etc) e altrettanti milioni di tonnellate di prodotti confezionati, dalle conserve di pomodoro, alla frutta conservata, alla pasta alimentare, alle bevande alcoliche, e poi pasta da carta, carta, fibre tessili, ecc., per circa svariati milioni di euro. Gran parte di questi prodotti di importazione potrebbero essere ottenuti dalle attività agricole, forestali e zootecniche all'interno, aumentando l'occupazione, incentivando la permanenza di attività agricole sul territorio con effetti positivi sulla difesa del suolo...."
Ma se il ritorno all'agricoltura per la produzione di beni agricoli non è fattibile, sia per motivi culturali o per imposizioni a livello Europeo o di mercato, allora proviamo a verificare se è possibile rendere produttivi i terreni agricoli, cioè quelli a cui facevo riferimento all'inizio, e quindi i convertibili in produzione di oleaginose.
E' evidente che per arrivare a far ciò è impensabile proporre o imporre un cambiamento di mentalità o abitudini ai singoli cittadini. Anche un imprenditore coraggioso, non andrebbe mai ad investire i suoi soldini per aprire un'azienda agricola che produce mele, pomodori o fragole per poi arrivare a scontrasi con la Spagna, Olanda, Israele o addirittura Cina e soprattutto non arriverebbe mai a produrre "colza" per poi non avere un mercato efficace.
Forse ora potrei entrare in un vicolo cieco, dove la visione liberale di una nazione verrebbe messa in dubbio da un'azione statalista, però se si prova a fare uno sforzo e se si assegna il giusto ruolo ad ogni ente che andrà a comporre il puzzle, probabilmente si riesce a salvare capra e cavoli.
Un'oculata pianificazione, con un tempo di attuazione di circa 15 ~ 20 anni dovrebbe essere sufficiente e tale da rendere realizzabile la conversione del sistema di produzione energetico con l'uso esclusivo di biocarburanti al posto dei raffinati del petrolio.
Per arrivare a rendere fattibile ciò, occorre un coordinatore che abbia potere decisionale e soprattutto che possa mettere a disposizione il capitale (non solo economico, ma anche in termini di strutture e di risorse umane) e questo è lo STATO.
Solo lo STATO può assicurare alle industrie la certezza della vendita di automobili (o la conversione delle centrali energetiche) se impone la modifica del tipo di carburante primario utile alla produzione dell'energia. Automaticamente diventerebbero reali gli interessi di tutti, indistintamente, dai singoli cittadini, ai gruppi di gestione economica, fino ai grandi industriali.
Per STATO intendo anche la presenza di uno statista (o un gruppo di politici) che abbia il coraggio di andare contro tutto e tutti, a partire dalle forze contrapposte nazionali, passando per le pressioni delle grosse multinazionali fino all'opposizione diplomatica dei più grandi stati stranieri.
La creazione di un Ministero ad hoc, che potremmo chiamare dello "Sviluppo Eergetico", avrebbe il compito di coordinare diverse aree fondamentali ed indirizzare il loro operato in maniera da raggiungere l'unico scopo preposto, e cioè la conversione di tutto il Sistema Energetico nazionale, abbandonando, gradatamente l'uso dei derivati dal petrolio.
Il Ministero, in primis, dovrebbe dare mandato ad una o più università, per la realizzazione di studi appropriati nei vari settori che concorrono alla conversione dei sistemi di generazione dell'energia. Le Università, opererebbero non in maniera autonoma, come avviene attualmente, ma in collaborazione diretta con le industrie e le realtà locali, e tra l'altro, con gli sforzi singoli, tutti indirizzati verso un'unica meta e quindi un progetto comune.
Faccio un esempio semplice per comprendere meglio.
Attualmente una qualsiasi casa automobilistica ha al suo interno un suo staff che si interessa allo sviluppo tecnologico ed implementazione delle automobili che produce. La maggior parte degli studi vengono indirizzati sull'aspetto estetico o dell'aerodinamicità delle vetture e solo in parte vengono eseguiti degli approfondimenti sulla modifica sostanziale del motore, in quanto è un dato di fatto la dipendenza dei derivati dal petrolio e la loro distribuzione capillare in ambito nazionale ed internazionale destinata all'utente finale. Inoltre, le risorse umane che compongono lo staff vengono prese a caso e logicamente operano non in funzione della ricerca di nuove tecnologie (legate a nuovi carburanti), ma il perseguimento di obbiettivi strategici ed economici richiesti dalla proprietà, strettamente connessi alla commercializzazione delle autovetture. Nel momento in cui ad una struttura produttiva, che ha un know-how che parte da molto lontano e determinante per la specifica produzione, gli si affianca un numero elevato di ricercatori universitari e soprattutto, questi ultimi, sono legati ad un progetto che ha un sicuro futuro perchè sostenuto da una pianificazione statale, i vincoli economici e commerciali vanno a cadere o comunque sono perseguiti ugualmente, proprio perchè certi e non effimeri.
E' evidente che prima di coinvolgere le case automobilistiche, dovrebbe essere studiata e quindi attuata una pianificazione che arrivi a gestire al meglio i terreni agricoli e produttivi, procedendo con un'analisi della redditività (in termini agricoli) delle singole aree agricole e produttive nazionali, con uno studio tecnologico appropriato.
Anche in questo caso, le università (ad indirizzo agricolo) avrebbero un ruolo determinante, sia per lo studio connesso all'implementazione delle modifiche genetiche, volte al miglioramento della produzione e della produttività delle oleaginose (con una fava si prenderebbero due piccioni. Gli ecologisti non romperebbero più le scatole sugli studi della modifica genetica delle piante, viste che si farebbero per prodotti non rivolti all'uso umano, e gli scienziati non sarebbero più castrati dai noti motivi etici).
La conduzione dei terreni agricoli verrebbe assegnata ai singoli proprietari terrieri, in maniera autonoma, se capaci, oppure raccolti in consorzi o cooperative (con buona pace anche dei comunisti). I consorzi o le cooperative avrebbero il compito, importantissimo, finalizzato all'implementazione delle infrastrutture e la mera gestione operativa giornaliera, tenendo sempre presente che il tipo di produzione rimarrebbe vincolato alle indicazioni delle università (ad indirizzo agricolo) e del Ministero di riferimento.
La gestione economica (studio e modalità) dovrebbe scaturire sempre da un'accurata analisi delle università (ad indirizzo economico) e tali da evitare situazioni di spreco e tali da compensare sbilanciamenti economici tra le varie aree produttive (sussidiarietà).
Altri interventi strutturali comporterebbero sia la creazione di nuove strutture, atte alla raffinazione dell'olio in carburante e sia la sua distribuzione su tutto il territorio nazionale.
Preferisco non fare l'elenco degli effetti pratici, che a catena, porterebbero un nuovo positivo benessere a livello nazionale, a partire dalla diminuzione drastica della disoccupazione, ai benefici sulla diminuzione del costo della vita, per non parlare del risvolto ambientale in tema di inquinamento.
Se il presente post sarà oggetto di attenzione e discussione, procederò con due ulteriori esposizioni di analisi ai problemi connessi e legati ai rapporti con gli altri stati (spostamento, nel territorio nazionale, dei mezzi stranieri non dotati di motori convertiti e gestione degli scambi commerciali dei carburanti con gli altri stati) e, come detto in precedenza, parlerò della soluzione legata al mancato raggiungimento della produzione di oleaginose utile a coprire il fabbisogno nazionale di carburante.
Bye
giovedì 1 maggio 2008
Colpo di coda di Livia Turco
La legge 40 sulla cosiddetta procreazione assistita è stata votata da un Parlamento, organo legislativo, e confermata da un referendum, ragion per cui potrebbe legittimamente essere modificata soltanto tramite un altro referendum.
Ciononostante, il ministro Livia Turco, ancora in carica prima dell'insediamento del nuovo governo, ha firmato un decreto che modifica l'applicazione della legge in questione, ovvero di fatto cambi la legge stessa non giuridicamente ma nella sua realtà concreta, sebbene simile autorità non spetti in alcun modo ad un organo dell'esecutivo.
L'accaduto è tanto più grave se si tiene conto che il ministro Turco appartiene :
-ad un governo sfiduciato
-della passata legislatura
-di una ex maggioranza parlamentare, nettamente sconfitta alle elezioni politiche
Oltre all'auspicio che il nuovo ministro della Sanità del governo Berlusconi, legittimamente in carica, ripristini la legalità e riporti la legge 40 all'applicazione sanzionata dal Parlamento e dalla volontà referendaria, si può osservare come Livia Turco, sino all'ultimo (il decreto è stato firmato il giorno in cui Fini è stato nominato presidente della Camera, con il nuovo Parlamento già insediato!) prosegua nella sua attività demolitrice.
E' persino difficile dare un giudizio e definire l'operato di questo personaggio, e scegliere se parlare d'arroganza tracotante, o disprezzo della volontà popolare e delle stesse norme costituzionali, oppure di fanatismo.
Comunque, un insegnamento da questo fatto si può trarre: finché la Sinistra conserverà anche solo una porzione minima di potere, la adopererà in ogni modo, passando sopra tutto e tutti. Questa parte politica, sbaragliata alle ultime elezioni, s'annida però ovunque nei gangli dello Stato e della società, poiché magistratura, pubblica amministrazione, RAI sono bastioni del "progressismo", e pronti ad ostacolare in ogni modo coloro che considerano "nemici". Purtroppo, avere la maggioranza in Parlamento e sedere al Governo non è sufficiente per governare.
Ciononostante, il ministro Livia Turco, ancora in carica prima dell'insediamento del nuovo governo, ha firmato un decreto che modifica l'applicazione della legge in questione, ovvero di fatto cambi la legge stessa non giuridicamente ma nella sua realtà concreta, sebbene simile autorità non spetti in alcun modo ad un organo dell'esecutivo.
L'accaduto è tanto più grave se si tiene conto che il ministro Turco appartiene :
-ad un governo sfiduciato
-della passata legislatura
-di una ex maggioranza parlamentare, nettamente sconfitta alle elezioni politiche
Oltre all'auspicio che il nuovo ministro della Sanità del governo Berlusconi, legittimamente in carica, ripristini la legalità e riporti la legge 40 all'applicazione sanzionata dal Parlamento e dalla volontà referendaria, si può osservare come Livia Turco, sino all'ultimo (il decreto è stato firmato il giorno in cui Fini è stato nominato presidente della Camera, con il nuovo Parlamento già insediato!) prosegua nella sua attività demolitrice.
E' persino difficile dare un giudizio e definire l'operato di questo personaggio, e scegliere se parlare d'arroganza tracotante, o disprezzo della volontà popolare e delle stesse norme costituzionali, oppure di fanatismo.
Comunque, un insegnamento da questo fatto si può trarre: finché la Sinistra conserverà anche solo una porzione minima di potere, la adopererà in ogni modo, passando sopra tutto e tutti. Questa parte politica, sbaragliata alle ultime elezioni, s'annida però ovunque nei gangli dello Stato e della società, poiché magistratura, pubblica amministrazione, RAI sono bastioni del "progressismo", e pronti ad ostacolare in ogni modo coloro che considerano "nemici". Purtroppo, avere la maggioranza in Parlamento e sedere al Governo non è sufficiente per governare.
mercoledì 30 aprile 2008
L'arroganza della minoranza estremista gay
da:
http://it.wikipedia.org/wiki/Dichiarazione_Universale_dei_Diritti_dell'Uomo
Articolo 18 Libertà di pensiero
Ogni individuo ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione tale diritto include la libertà di cambiare di religione o di credo, e la libertà di manifestare isolatamente o in comune, e sia in pubblico che in privato, la propria religione o il proprio credo nell'insegnamento, nelle pratiche, nel culto e nell'osservanza dei riti.
Articolo 19 Libertà di espressione
Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.
Siamo adulti e vaccinati, tolleranti e comprensivi, ma questo NON vuol dire che una minoranza prepotente, ipocrita e arrogante posssa permettersi di perseguitare la maggioranza (di sentimenti cattolici).
Preciso subito che NON ce l'ho con i gay, ma solo con quelli che aggrediscono i cattolici per le loro idee e cercano di imporre la loro visione della vita con i mezzi raccontati nel post pubblicato qui sotto.
Dico "ipocriti" perché spingono le loro richieste, in Occidente oltre ogni limite di buon senso, e, contemporaneamente, appoggiano la politica di sinistra, e vanno a braccetto con i fondamentalisti musulmani (quelli che, i gay, li impiccano).
Per costoro i fondamentalisti sarebbero i cattolici, mentre il regime di Ahmadinejad (che di gay ne ha impiccati parecchi) è ben visto e considerato amico.
Questa posizione ipocrita è frequente a sinistra, dove si considerano arretrate le posizioni della Chiesa sulle donne, ma non quelle di Ahmadinejad e simili, e via dicendo.
Verrebbe la voglia di risolverla alla cinese... sapete, quella del saggio che si siede sul fiume ed aspetta di veder passare il cadavere del suo nemico,
ma non possiamo lasciare che trionfi il medioevo, aiutato dall'insaziabilità di chi nega agli altri libertà di pensiero, strillando poi che sarebbe discriminato...
Vorremmo che un po' di sano buon senso prevalesse tra quanti vengono abbagliati dai messaggi fallaci di questi intolleranti, arroganti, ipocriti seminatori di odio.
Speriamo dunque che l'odio non venga ascoltato, e prevalga la civiltà di Voltaire, quella che tollera le idee anche se diverse dalle proprie, quella che non avanza usando la denuncia come arma, per imporre le idee di pochi su quelle dei più.
Secondo me.
http://it.wikipedia.org/wiki/Dichiarazione_Universale_dei_Diritti_dell'Uomo
Articolo 18 Libertà di pensiero
Ogni individuo ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione tale diritto include la libertà di cambiare di religione o di credo, e la libertà di manifestare isolatamente o in comune, e sia in pubblico che in privato, la propria religione o il proprio credo nell'insegnamento, nelle pratiche, nel culto e nell'osservanza dei riti.
Articolo 19 Libertà di espressione
Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.
Siamo adulti e vaccinati, tolleranti e comprensivi, ma questo NON vuol dire che una minoranza prepotente, ipocrita e arrogante posssa permettersi di perseguitare la maggioranza (di sentimenti cattolici).
Preciso subito che NON ce l'ho con i gay, ma solo con quelli che aggrediscono i cattolici per le loro idee e cercano di imporre la loro visione della vita con i mezzi raccontati nel post pubblicato qui sotto.
Dico "ipocriti" perché spingono le loro richieste, in Occidente oltre ogni limite di buon senso, e, contemporaneamente, appoggiano la politica di sinistra, e vanno a braccetto con i fondamentalisti musulmani (quelli che, i gay, li impiccano).
Per costoro i fondamentalisti sarebbero i cattolici, mentre il regime di Ahmadinejad (che di gay ne ha impiccati parecchi) è ben visto e considerato amico.
Questa posizione ipocrita è frequente a sinistra, dove si considerano arretrate le posizioni della Chiesa sulle donne, ma non quelle di Ahmadinejad e simili, e via dicendo.
Verrebbe la voglia di risolverla alla cinese... sapete, quella del saggio che si siede sul fiume ed aspetta di veder passare il cadavere del suo nemico,
ma non possiamo lasciare che trionfi il medioevo, aiutato dall'insaziabilità di chi nega agli altri libertà di pensiero, strillando poi che sarebbe discriminato...
Vorremmo che un po' di sano buon senso prevalesse tra quanti vengono abbagliati dai messaggi fallaci di questi intolleranti, arroganti, ipocriti seminatori di odio.
Speriamo dunque che l'odio non venga ascoltato, e prevalga la civiltà di Voltaire, quella che tollera le idee anche se diverse dalle proprie, quella che non avanza usando la denuncia come arma, per imporre le idee di pochi su quelle dei più.
Secondo me.
Clonatori di Bancomat in azione

Un video mostra quanto è facile rubare i Pin
cristina.bassi Martedì 22 Aprile 2008 alle 17:35
Un gioco da ragazzi. Clonare una carta Bancomat e scoprire il codice Pin è semplicissimo, praticamente alla portata di tutti. Lo ha dimostrato ancora una volta Petre O., ragazzo romeno di 25 anni arrestato dalla polizia sabato scorso a Milano. Nell’appartamento in cui abitava è stato trovato tutto l’occorrente per rubare i dati delle tessere insieme a un filmato di un’ora con registrati i prelievi di 37 ignari clienti. In questo modo gli agenti hanno ricostruito la tecnica utilizzata da chi mette in atto questo tipo di truffe.
Il cittadino romeno, che ha precedenti per furto e non ha un lavoro regolare, aveva manomesso lo sportello della Banca popolare di Milano di corso Venezia, via centralissima della città. Aveva montato una maschera grigia, identica all’originale, in corrispondenza della fessura per le tessere e dietro uno skimmer che leggeva e registrava i dati delle carte, collegato a una memory card da cui poi li scaricava su un pc e li copiava su carte magnetiche vergini. In alto, sopra la tastiera, aveva mimetizzato perfettamente una fascetta di metallo con un piccolo foro e all’interno una videocamera con relativa batteria. Si tratta di materiale comunemente in vendita e per montarlo e smontarlo bastavano pochi secondi.
L’arrestato lo faceva nelle ore serali, spesso di venerdì, quando la banca era chiusa. E prelevava il denaro nel fine settimana, quando è più difficile accorgersi di essere stati derubati. In casa aveva 3.500 euro e i dati, appunto, di 37 carte registrati in un’ora di appostamento. “Tutto funzionava regolarmente: il cliente prelevava i soldi senza problemi e non si accorgeva di nulla”, spiega Francesco Anelli, dirigente del commissariato che ha scoperto la truffa. “Per evitare brutte sorprese, occorre fare attenzione a eventuali parti aggiunte allo sportello”, consiglia Anelli, “e soprattutto coprire la mano con cui si digitano i numeri e la tastiera con l’altra mano o con un oggetto”.
Ecco un estratto del VIDEO girato dal romeno per rubare i Pin. Le immagini sono state sequestrate dalla polizia:
cristina.bassi Martedì 22 Aprile 2008 alle 17:35
Un gioco da ragazzi. Clonare una carta Bancomat e scoprire il codice Pin è semplicissimo, praticamente alla portata di tutti. Lo ha dimostrato ancora una volta Petre O., ragazzo romeno di 25 anni arrestato dalla polizia sabato scorso a Milano. Nell’appartamento in cui abitava è stato trovato tutto l’occorrente per rubare i dati delle tessere insieme a un filmato di un’ora con registrati i prelievi di 37 ignari clienti. In questo modo gli agenti hanno ricostruito la tecnica utilizzata da chi mette in atto questo tipo di truffe.
Il cittadino romeno, che ha precedenti per furto e non ha un lavoro regolare, aveva manomesso lo sportello della Banca popolare di Milano di corso Venezia, via centralissima della città. Aveva montato una maschera grigia, identica all’originale, in corrispondenza della fessura per le tessere e dietro uno skimmer che leggeva e registrava i dati delle carte, collegato a una memory card da cui poi li scaricava su un pc e li copiava su carte magnetiche vergini. In alto, sopra la tastiera, aveva mimetizzato perfettamente una fascetta di metallo con un piccolo foro e all’interno una videocamera con relativa batteria. Si tratta di materiale comunemente in vendita e per montarlo e smontarlo bastavano pochi secondi.
L’arrestato lo faceva nelle ore serali, spesso di venerdì, quando la banca era chiusa. E prelevava il denaro nel fine settimana, quando è più difficile accorgersi di essere stati derubati. In casa aveva 3.500 euro e i dati, appunto, di 37 carte registrati in un’ora di appostamento. “Tutto funzionava regolarmente: il cliente prelevava i soldi senza problemi e non si accorgeva di nulla”, spiega Francesco Anelli, dirigente del commissariato che ha scoperto la truffa. “Per evitare brutte sorprese, occorre fare attenzione a eventuali parti aggiunte allo sportello”, consiglia Anelli, “e soprattutto coprire la mano con cui si digitano i numeri e la tastiera con l’altra mano o con un oggetto”.
Ecco un estratto del VIDEO girato dal romeno per rubare i Pin. Le immagini sono state sequestrate dalla polizia:
http://blog.panorama.it/italia/2008/04/22/clonatori-di-bancomat-in-azione-un-video-mostra-quanto-e-facile-rubare-i-pin/#comments
martedì 29 aprile 2008
Ho festeggiato i miei 30 anni e mezzo
Eh si, il tempo continua a passare, il maledetto, nonostante tutti i miei tentativi di rimanere giovane.
E così, mi sono comprato due torte, e ho festeggiato i 30 anni e mezzo (per una).
I conti tornano.
I baroni non so, ma se torneranno anche loro, li accoglieremo con un sorriso sulla bocca e un bicchiere di spumante in mano.
Perché qui siamo di mentalità aperta, dalle otto di mattina alle otto di sera, con intervallo dall'una alle due per la pausa pranzo.
Happy birthday to me, happy birthday to me !
E così, mi sono comprato due torte, e ho festeggiato i 30 anni e mezzo (per una).
I conti tornano.
I baroni non so, ma se torneranno anche loro, li accoglieremo con un sorriso sulla bocca e un bicchiere di spumante in mano.
Perché qui siamo di mentalità aperta, dalle otto di mattina alle otto di sera, con intervallo dall'una alle due per la pausa pranzo.
Happy birthday to me, happy birthday to me !
OMO

Il padre John Flynn, dei Legionari di Cristo, riferisce alcuni fatti del mondo anglosassone sull’agenzia Zenit (27 aprile 08). In Canada, per esempio, la foia di legge sulla parità omo-etero sta mettendo fuori gioco la libertà di espressione, specie quella cristiana. Un insegnante del British Columbia, Chris Kempling, è stato più volte sospeso dall’insegnamento, senza stipendio (una volta per tre mesi), per avere espresso idee cristiane sul problema dell’omosessualità. Il College of Teachers si è messo anche a spulciare le sue lettere a quotidiani dal 2003 al 2005 e, avendovi trovato ben dodici «reati», lo ha citato in giudizio. Così il vescovo di Calgary, Fred Henry, ha sbottato: «Le leggi sui diritti umani, emanate originariamente come scudo, vengono ora usate come spada». Infatti, il periodico Catholic Insight Magazine è stato querelato per «violazione dei diritti umani» in alcuni articoli in cui aveva illustrato l'insegnamento cattolico sull'omosessualità. E lo stesso vescovo è stato citato due volte in giudizio per i «commenti discriminatori» contenuti in una sua lettera pastorale sul matrimonio. Né va meglio in Inghilterra. Qui il vescovo anglicano Anthony Priddis è stato condannato a frequentare «corsi per le pari opportunità» e a pagare 47mila sterline a un omosessuale che aveva rifiutato di assumere come «animatore giovanile». La coppia cristiana Eunice e Owen Johns, che accoglievano nella propria casa una ventina di bambini durante il fine settimana per dare ai genitori un po’ di respiro, si sono visti togliere il permesso dalle autorità del Derby City Council perché rifiutano di dire ai bambini loro affidati che l’omosessualità è uno «stile di vita» come un altro. L’Irlanda, infine, è stata strigliata dalla Commissione Europea per una sua legge che permette a scuole e ospedali religiosi di non assumere persone non in sintonia con i propri principi etici. Lasciamo perdere, per ora, una Commissione che era nata per integrare gli europei tra loro e non per imporre agli europei la propria minoritaria filosofia. Quel che personalmente mi preoccupa è il trend: quando l’omosessualità diverrà obbligatoria, vorrei essere avvertito per tempo perché non ho il porto d’armi.
venerdì 25 aprile 2008
PARSIFAHL RICORDA

Il vecchio ciclostile.......
Ero piccolino, quando accovacciato con le ginocchia su una sedia posta con la spalliera vicino ad una vecchia scrivania in legno, appoggiavo il mento sul piano in formica verde e guardavo con un misto di curiosità e felicità cosa combinava mio padre.
L’odore dell’inchiostro misto al solvente che serviva per diluirlo mi colpiva forte le nari, ma non ci facevo caso e non m’importava, in quanto veder usare un vecchio ciclostile era per una me un’attrazione più interessante di un cartone animato in bianco e nero di Titti e del Gatto Silvestro che raramente la RAI mandava in onda in quel periodo.
Seguivo mio padre nei suoi movimenti nell’ampio salotto, come un cagnolino segue il suo padrone, delle volte anticipandolo e delle volte soffermandomi alle sue spalle, passando dalla scrivania alla macchina da scrivere Olivetti, già usata da mio nonno per scrivere le sue arringhe.
Ero incuriosito e mi domandavo perché, invece di usare nella macchina da scrivere i soliti fogli bianchi con la carta carbone, usasse quei fogli strani, molto sottili ma coperti da uno strato di cera.
Vedevo picchiettare velocemente i martelletti su questi strani fogli e man mano che le parole scorrevano dietro il nastro a tre colori, nero, rosso e blu, cercavo di comparare le sbavature tra lettere simili, in una gara di abilità contro me stesso.
La “erre” mi attirava più delle altre lettere in quanto la parte tonda veniva forata quasi completamente; la “e” era illeggibile a causa de pilucchi del nastro annidati sul martelletto, mentre il puntino sulla “i” era inesistente e pensavo tra me “…. la maestra insiste a farmi scrivere la paginette delle “i” e le vuole tutte con i puntini…. E lui perché invece può saltarli? Ma capiranno quello che scrive?”.
Mentre mi attardavo in questi ingenui pensieri, ad ogni fine rigo sentivo la campanella della macchina da scrivere suonare con un “ding” cristallino e lesto, il mio papà, spingeva una leva metallica ed accompagnava il tamburo della vecchia Olivetti al nuovo capoverso, con un gracchiare delle frizioni dei rulli di tenuta fogli.
Completato il testo, con un rapido gesto, che avevo visto fare ripetutamente anche in precedenza con i soliti tipi di fogli e che mi catapultava in uno stato di angoscia in quanto temevo che si strappasse tutto il lavoro portato avanti con tanta fatica, estraeva dai rulli di tenuta, tra un gracchiare di frizioni ancora più accentuato, i delicati fogli cerati, quindi, si sedeva nuovamente dietro la scrivania e prelevava da un cassetto una scatoletta di plastica. All’interno c’era un normografo accompagnato da una strana penna, che al posto della punta a sfera era montato uno strano triangolino in metallo con un vertice di esso che ne completava la sua massima estensione. Con la penna-stiletto e ripetendo le movenze di un abile bulinatore, realizzava dei disegni che rappresentavano simboli antichi e pregni di storia dei quali ne ero affascinato ma che all’epoca non ne capivo il loro profondo significato.
Tirava una linea con mano ferma e sicura, quindi rimuoveva la cera scavata dalla punta metallica e quindi tirava una nuova linea per poi ripulire la sommità del pennino, e poi ancora un’altra linea fino a far apparire un disegno che solo mettendomi di sbieco ne riuscivo ad intendere il suo ultimo significato, e logicamente solo a livello figurativo.
Come un amanuense che completa la sua parte di vangelo abbellendolo con icone e glifi dal significato arcano, al di sotto dei simboli del partito a cui era legato, mio padre inseriva lettere puntate che mi divertivo a trasformare in iniziali di nomi da associare ai miei compagni di gioco virtuali e fantastici.
Il vecchio soldatino di plastica Mr. Jhon, il pagliaccio di pezza sig. Pongo e la papera Iris, tutti che prendevano le letterine, con tanta fatica, per spostarle dal foglio cerato fino alla superficie dei fogli giallognoli.
Completati i disegni e dopo aver riposto il pennino nella scatoletta, separava la matrice dal foglio cerato e sistemava quest’ultimo sul telaio del ciclostile, stendendolo in maniera tale da evitare qualsiasi piegatura ed infine chiudeva su di esso il controtelaio, imprigionando il foglio sotto lo scuro telo retinato, del quali ne percepivo la fragilità, vista l’accortezza che usava il mio papà nel toccarlo.
A questo punto arrivava la parte simpatica di tutta la missione, in quanto, puntualmente mi veniva richiesto di spremere il grande tubettone di inchiostro della Pelikan su una vaschetta posta a margine del telaio e dopo averlo preso con le mie due manine, lo spremevo leggermente come se fosse del dentifricio e ridevo a crepapelle nel sentire il rumore, simile ad una pernacchietta, che veniva emesso dal beccuccio del tubetto in occasione dell’uscita del nero colore.
L’operazione veniva completata nel momento in cui veniva versato del solvente, ancora più aromatico dell’inchiostro, per poi, con un piccolo rullo, iniziare a mescolare il tutto con la mancina, mentre con l’altra mano apriva un’anta della scrivania e ne estraeva una risma di carta.
Ancora conservo qualche vecchio foglio, che si presenta con una grammatura decisamente pesante, al tatto è quasi crespo e con il proprio colore tendente al giallo, certamente non generato dalla vetustà, ma di originale fattura.
Dopo essersi umettato il pollice e l’indice, anche se con una certa difficoltà, prelevava il primo foglio della risma e lo adagiava sul piano di lavoro del ciclostile, quindi lo allineava a due bordi in rialzo finalizzati a permettere il corretto posizionamento del singolo foglio e quindi della successiva centratura del testo all’interno di esso.
Ancora qualche colpo di rullo per finire di mescolare l’inchiostro nero ed aromatico, quindi con la destra abbassava il controtelaio sul foglio, mentre la molla di ritorno si dilatava ed emetteva un nuovo suono che si mescolava al cinguettio, di piccoli fringuelli e proveniente da un balcone aperto su un campo, ormai già fiorito per la primavera avanzata. Le falangi e le falangette del pollice e dell’indice, che collaboravano a tener abbassato il controtelaio, cambiavano gradatamente colore, passando dal roseo color carne ad un bianco pallido e questo a causa della forte pressione impressa.
Con la coda dell’occhio vedo il piccolo rullo iniziare a volteggiare in aria seguendo un rotta immaginaria che, in teoria, sarebbe servita ad evitare che cadessero grosse gocce di inchiostro, ma che in effetti non cadranno mai, vista la densità del composto odoroso.
Allineato il rullo all’angolo sinistro nella zona alta del controtelaio, velocemente lo vedevo muovere dall’alto in basso fino a colorare di nero tutto il telaio retinato, nascondendo definitivamente alla mia vista quel poco che riuscivo ancora ad intravedere della sottostante carta cerata.
Alzo lo sguardo verso il contenitore dell’inchiostro, pensando che il rullo ritorni al uso posto, invece, prendendomi quasi in giro con i suoi movimenti repentini, ritorna nella zona alta del controtelaio ed ora va avanti ed indietro, da sinistra a destra, calando a zigzag fin verso la zona bassa del ciclostile. Solo alla fine della sua opera efficace, il rullo viene posto nel contenitore dell’inchiostro, mentre il controtelaio si alza, richiamato dalla molla e dal suo classico verso metallico, proprio perché libero dalla pressione delle due dita.
Le stesse dita prelevano quel foglio, che fino ad un istante prima era del tutto intonso ed ora pieno di macchioline non uniformi, quindi lo alzano mettendolo a favore della luce proveniente dal balcone e con il fare di un vecchio primario di ospedale, mio padre lo analizzava come se si trattasse di una radiografia al torace.
Un borbottio, quindi un “mah!” ed infine, puntualmente, adagiava l’opera prima, decisamente non valida, vicino al fianco della valigetta, quella valigetta in legno laccato che conteneva il kit completo del vecchio ciclostile.
Prima di piazzare un nuovo foglio sul piano di lavoro, si rivolge a me con un sorriso che lascia il posto ad uno sguardo serio ed impegnativo, quindi mi dice con tono serioso: “Mi aiuti? Quando alzo il telaio, togli il foglio e mettilo sul divano. Il secondo foglio mettilo al suo fianco. Non metterlo sopra. Dopo che hai messo 10 fogli sul divano, puoi iniziare a metterli uno sull’altro, però partendo dal primo e comunque aspetta che l’inchiostro sia asciutto”.
Sono raggiante, in quanto sento di diventare parte integrante di un’avventura che non so a priori che soddisfazioni mi darà. Alzo il mento dal tavolo, quindi smonto dalla sedia dove mi sono precedentemente accovacciato nuovamente, e mi sistemo a fianco a lui, per iniziare la mia nuova avventura nella vecchia politica.
Era una politica diversa da quella di oggi.
Gli odori, i colori, i sapori erano un tutt’uno con gli ideali che venivano spiegati solo in parte da alcuni abili oratori nei comizi di piazza o nelle rare presenze televisive.
Abili oratori che venivano osannati e ritenuti da tutti dei messia ed i quali sapevano profferire paroloni di spessore elevato ma che noi giovani virgulti traducevamo in due o tre parole che ancor oggi non riescono ad essere un momento di confronto, ma solo di scontro, come fascismo, comunismo, democrazia, laburisti e conservatori, democratici e repubblicani, nord e sud.
I fogli ciclostilati venivano distribuiti durante i comizi, oppure lasciati nella “sezione” frequentata dai soliti amici, oppure lanciati dal finestrino della “500” tappezzata con manifesti e incoronata, come una reginetta di bellezza, dalle trombe degli altoparlanti di colore grigio che trasformavano la voce o la musica del mangianastri in un suono riverberato e metallico simile a quello che usciva quando si gridava nelle lattine di alluminio svuotate dai rossi pomodori pelati.
La vecchia valigetta in legno laccato contenente il kit completo del ciclostile non so dove possa esser finita.
Durante le attuali campagne elettorali, i fogli che vedo girare sono frutto di arti tipografiche che una volta si pensava fossero impossibili. Qualità, bellezza, trasposizione della realtà e delle volte anche ritocco della realtà.
L’inchiostro, forse velenoso, non dovrebbe aver portato conseguenze ai miei polmoni ed il numero di fogli che veniva usato all'epoca non arrivava a quattro cifre e quindi non penso che mio padre si sia reso complice della distruzione di qualche foresta, disboscata per ottenere pura cellulosa o altresì, non saremo mai responsabili dell’aumento spropositato dei rifiuti connessi allo smaltimento della carta.
Al giorno d’oggi, i giornali sono paragonabili al vecchio ciclostile del mio papà, ma con delle differenze sostanziali:
a) Le parole che leggo su di essi sono spesso scritte da persone che di “ideali” non hanno la più pallida idea di cosa siano e come si formano;
b) Il più delle volte, fatte rare eccezioni, penso che si tratti di persone che perseguono solo uno scopo e cioè affermare il loro status economico e migliorarlo il più possibile, costi quel che costi;
c) Viene usata tanta di quella carta in maniera inutile a scapito delle foreste di cui sopra;
d) La stessa carta, evidentemente inutile, diventa poi un rifiuto da smaltire;
e) I costi di distribuzione dei giornali incidono non poco, così come le conseguenze dovute al trasporto delle migliaia di tonnellate di carta da un punto all’altro della nostra penisola.
Anche io ho nostalgia dell’odore dell’inchiostro del vecchio ciclostile, però continuo ad immaginare il mio presente diverso da quello che è, sperando che presto lo diventi.
Quando avremo la possibilità di sostituire la carta con supporti elettronici ?
Seminario esperantista in Molise
Molise: corso e seminario nelle prossime settimane 28 aprile esami di esperanto ( I grado) presso il Liceo Linguistico "D.De Gennaro" di Casacalenda (CB) in collaborazione con la Cattedra diEsperanto di Napoli. Per informazioni : tony.63@katamail.com 7 maggio ore 15,30 presso l'Università del Molise ci sarà il seminario"Esperanto: una lingua per l'Europa e per il mondo"nell'ambito del ciclo di seminari denominato "Viaggio nelle lingued'Europa" organizzato dal Centro Linguistico d'Ateneo ( facoltà discienze della comunicazione in via De Santis a Campobasso). Perinformazioni: centrolinguistico@unimol.it "Antonio De Cristofaro"
Parteciperà il vichingo esperantista Duepassur, che col suo drakkar personale si lancerà in una terribile scorribanda nelle dolci terre molisane.
Si salvi chi può.
giovedì 24 aprile 2008
COSI' GIOCAVAMO

Noi che la penitenza era 'dire fare baciare lettera
testamento ' .
Noi che ci sentivamo ricchi se avevamo 'Parco DellaVittoria
e Viale Dei Giardini '.
Noi che i pattini avevano 4 ruote e si allungavano quando
il piede cresceva.
Noi che chi lasciava la scia più lunga nella frenata con la
bici era il più figo.
Noi che il Ciao si accendeva pedalando.
Noi che suonavamo al campanello per chiedere se c'era
l'amico in casa.
Noi che dopo la prima partita c'era la rivincita, e poi la
bella, e poi la bella della bella.
Noi che giocavamo a nomi, cose, animali, città.. (e la
città con la D Era sempre Domodossola).
Noi che ci mancavano sempre quattro figurine per finire
l'album Panini.
Noi che avevamo il 'nascondiglio segreto ' con il passaggio
segreto ' .
Noi che ci divertivamo anche facendo 'Strega comanda
colori ' .
Noi che le cassette se le mangiava il mangianastri, e ci
toccava riavvolgere il nastro con la bic.
Noi che al cine usciva un cartone animato ogni dieci anni e
vedevi sempre gli stessi tre o quattro (di Walt Disney).
Noi che sentivamo i 45 giri nel mangiadischi e adesso se ne
vedi uno in un negozio di modernariato tuo figlio ti chiede
cos 'è
Noi che le barzellette erano Pierino, il fantasmaformaggino
o un francese,un tedesco e un italiano.
Noi che ci emozionavamo per un bacio su una guancia.
Noi che si andava in cabina a telefonare.
Noi che c'era la Polaroid e aspettavi che si vedesse la
foto.
Noi che andavamo a letto dopo il carosello
Noi che suonavamo ai campanelli e poi scappavamo.
Noi che ci sbucciavamo il ginocchio, ci mettevamo il
mercuro cromo, e più era rosso più eri figo.
Noi che la Barbie aveva le gambe rigide
Noi che nelle foto delle gite facevamo le corna ed eravamo
sempre sorridenti.
Noi che quando a scuola c'era l'ora di ginnastica partivamo
da casa in tuta.
Noi che a scuo la c i andavamo da so l i , e to rnavamo da so l i .
Noi che se
te ne dava
a
2.
scuo la la maest ra t i dava un cef f o ne , la mamma
Noi che se a scuola la maestra ti metteva una nota sul
diario, a casa era il terrore.
Noi che le ricerche le facevamo in biblioteca, mica su
Google .
Noi che il 'Disastro di Cernobyl ' vuol dire che non
potevamo bere il latte alla mattina.
Noi che si poteva star fuori in bici il pomeriggio.
Noi che se andavi in strada non era così pericoloso.
Noi che sapevamo che ormai era pronta la cena perché c'era
Happy Days.
Noi che il primo novembre era 'Tutti i santi ', mica
Halloween.
Noi che se la notte ti svegliavi e accendevi la tv vedevi
il segnale di interruzione delle trasmissioni con quel
rumore fastidioso.
Noi che abbiamo avuto le tute lucide che facevano troppo
figo.
Noi che l'unica merendina era il Buondì Motta e mangiavamo
solo i chicchi di zucchero sopra la glassa
Noi che all 'oratorio le caramelle costavano 50 lire..
Noi che si suonava la pianola Bontempi..
Noi che la Ferrari era Alboreto, la Mc Laren Prost, la
Williams Mansell, la Lotus Senna e Piquet e la Benetton
Nannini e la Tyrrel a 6 ruote!!!!!
Noi che guardavamo allucinati il futuro con Spazio 1999
Base Lunare Alpha.
Noi che il Twix si chiamava Raider e faceva competizione al
Mars.
Noi che nei mercatini dell 'antiquariato troviamo i
giocattoli di quando eravamo piccoli e diciamo "guarda! te
lo ricordi?" e poi sentiamo un nodo in gola
Noi che le mammemica ci hanno visti con l'ecografia
NOI CHE SIAMO ANCORA QUI E CERTE COSE LE ABBIAMO
DIMENTICATE E SORRIDIAMO QUANDO CE LE RICORDIAMO.
QUESTA è LA NOSTRA STORIA...
PER NON DIMENTICARE MAI
martedì 22 aprile 2008
lunedì 21 aprile 2008
1. Kimberley Big Hole - South Africa
2. Glory Hole - Diga di Monticello, California

Il Glory Hole viene usato quando il livello della diga raggiunge il punto critico e bisogna far scorrere l'acqua fuori dall'invaso.
La sua grandezza gli consente di drenare 14.400 metri cubi di acqua al secondo.
Nella foto sopra, si può ammirare il buco, a sinistra, visto dall'alto. Se vi venisse in mente di saltarci dentro,il vostro corpo verrebbe letteralmente sputato fuori come si può vedere nella foto sotto.
3. Bingham Canyon Mine, Utah
4. Great Blue Hole, Belize

Questo incredibile fenomeno geografico conosciuto come il Buco Blu è situato a 60 miglia da Belize, in America Centrale. Ci sono numerosi buchi blu nel mondo ma, nessuno così grande e stupefacente.
La misura alla superficie, perfettamente circolare, è di ¼ di miglio mentre la sua profondità raggiunge i 145 metri . Naturalmente il buco è considerato il paradiso dei sub.
5. Mirny Diamond Mine, Serbia

Sicuramente la miniera di diamanti numero uno per larghezza. Profonda 525 metri , con un diametro alla superficie di 1.200 metri , è fatto espressamente divieto di volo sopra di esso per il pericolo, per gli elicotteri, di rimanevi letteralmente succhiati dentro.
La freccia rossa a destra, punta un grosso camion per il trasporto terra.
6. Sinkhole in Guatemala
7. Diavik Mine, Canada
8 Il buco più terrificante di tutti? Si trova in Italia.
giovedì 17 aprile 2008
mercoledì 16 aprile 2008
BENE....

Abbiamo vinto le elezioni, avremo un nuovo Governo e c'è fermento da tutte le parti.
Perché non riesco a gioire smoderatamante per una vittoria che è larga, in grado di governare per cinque anni e forse anche per dieci se solo riuscirà a convincere gli Italiani che non conviene interrompere il viaggio in comune ?
Perché non esulto per la moria dei simboli con falce e martello ?
Perché sono come i miei vecchi : quanto più fuoco vedo e meno mi scaldo.
I comunisti non sono morti, sono come un iceberg : la punta che appare alla vista è solo uno specchietto per le allodole.
Il Pd è la punta che appare ed incanta e imbroglia i passeggeri del Titanic Italia, la parte sommersa è quella che tenterà di affondarla.
Al nuovo equipaggio della nostra nave toccherà di governare in modo da evitarne lo scontro.
Ce la farà ?
Solo se avrà nelle sue fila ingegneri capaci di misurarne la vera entità e di lavorare in assoluta concordia, senza intralciarsi l'un l'altro e soprattutto senza perder fiato in chiacchiere, ponendo tutte le proprie energie verso il fine da raggiungere.
M anche (-o-) se noi passeggeri impareremo a tenere a mente le pparole di Dante
"Uomini siate, enon pecore matte,
Sì che il Giudeo di voi fra voi non rida !
Non fate come agnel, che lascia il latte
Della sua madre e, semplice e lascivo,
Seco medesimo a suo piacer combatte !"
lunedì 14 aprile 2008
UN REGALO DA LUCIANO
Una valida metafora...
Un giorno, un non vedente era seduto su l gradino di un marciapiede con un cappello ai suoi piedi e un pezzo di cartone con su scritto: « Sono cieco, aiutatemi per favore ».
Un pubblicitario che passava di lì si fermò e notò che vi erano solo alcuni centesimi nel cappello. Si chinò e versò della moneta, poi, senza chiedere il permesso al cieco, prese il cartone, lo girò e vi scrisse sopra un'altra frase.
Al pomeriggio, il pubblicitario ripassò dal cieco e notò che il suo cappello era pieno di monete e di banconote.
Il non vedente riconobbe il passo dell'uomo e gli domandò se era stato lui che aveva scritto sul suo pezzo di cartone e soprattutto che cosa vi avesse annotato.
Il pubblicitario rispose: "Nulla che non sia vero, ho solamente riscritto la tua frase in un altro modo".
Sorrise e se ne andò.
Il non vedente non seppe mai che sul suo pezzo di cartone vi era scritto: "Oggi è primavera e io non posso vederla".
Una piccola lezione di vita per Tutti quelli che meritano di vedere la primavera e per tutti quelli che vogliamo vedere sorridere, perché il nostro sorriso renda migliore questo MONDO.
Se un giorno , carissime amiche e amici della Newsletter, ci verrà rimproverato che il nostro lavoro non è stato fatto con professionalità, potete rispondere che l’arca di Noè è stata costruita da dilettanti e il Titanic da professionisti.... ( aggiungo io ) ma che possono affondare con e per distrazione : l’Arca era “guidata” da Dio, il Titanic no.
“ Se desideri qualcosa veramente,
non mollare...
maiii!”
Un giorno, un non vedente era seduto su l gradino di un marciapiede con un cappello ai suoi piedi e un pezzo di cartone con su scritto: « Sono cieco, aiutatemi per favore ».
Un pubblicitario che passava di lì si fermò e notò che vi erano solo alcuni centesimi nel cappello. Si chinò e versò della moneta, poi, senza chiedere il permesso al cieco, prese il cartone, lo girò e vi scrisse sopra un'altra frase.
Al pomeriggio, il pubblicitario ripassò dal cieco e notò che il suo cappello era pieno di monete e di banconote.
Il non vedente riconobbe il passo dell'uomo e gli domandò se era stato lui che aveva scritto sul suo pezzo di cartone e soprattutto che cosa vi avesse annotato.
Il pubblicitario rispose: "Nulla che non sia vero, ho solamente riscritto la tua frase in un altro modo".
Sorrise e se ne andò.
Il non vedente non seppe mai che sul suo pezzo di cartone vi era scritto: "Oggi è primavera e io non posso vederla".
Una piccola lezione di vita per Tutti quelli che meritano di vedere la primavera e per tutti quelli che vogliamo vedere sorridere, perché il nostro sorriso renda migliore questo MONDO.
Se un giorno , carissime amiche e amici della Newsletter, ci verrà rimproverato che il nostro lavoro non è stato fatto con professionalità, potete rispondere che l’arca di Noè è stata costruita da dilettanti e il Titanic da professionisti.... ( aggiungo io ) ma che possono affondare con e per distrazione : l’Arca era “guidata” da Dio, il Titanic no.
“ Se desideri qualcosa veramente,
non mollare...
maiii!”
sabato 12 aprile 2008
LA CINCIALLEGRA
mercoledì 9 aprile 2008
Il Global Warming colpisce ancora

Diminuirà la produzione di orzo, ingrediente fondamentale per il malto
Cambiamento climatico, birra a rischio
Calano le piogge e intere regioni diventeranno aride. E già aumenta il prezzo dell'alluminio per le lattine
WELLINGTON (Nuova Zelanda) - Il riscaldamento globale potrebbe mettere a rischio la produzione di birra. Jim Salinger, climatologo dell'Istituto nazionale neozelandese delle ricerche sull'acqua e l'atmosfera, ha affermato che il cambiamento climatico in atto provocherà nei prossimi decenni una diminuzione della produzione di orzo, dal quale di ricava il malto d'orzo, principale materia prima della birra. La minore della produzione di orzo avverrà in modo particolare in Australia e in Nuova Zelanda in quanto intere regioni soffriranno di aridità e mancanza d'acqua.
PREZZI ALTI - «Ciò significa che il costo della birra è destinato ad aumentare», ha affermato Salinger. «L'industria birraria nei prossimi anni si dovrà attrezzare: per esempio sperimentando nuove varietà di malto». Ma non sarà solo il malto a diventare più caro, già i prezzi di alluminio (per le lattine) e zucchero (per la fermentazione) stanno salendo.
08 aprile 2008
http://www.corriere.it/economia/08_aprile_08/birra_cara_malto_10d6f6c0-0537-11dd-8738-00144f486ba6.shtml
Cambiamento climatico, birra a rischio
Calano le piogge e intere regioni diventeranno aride. E già aumenta il prezzo dell'alluminio per le lattine
WELLINGTON (Nuova Zelanda) - Il riscaldamento globale potrebbe mettere a rischio la produzione di birra. Jim Salinger, climatologo dell'Istituto nazionale neozelandese delle ricerche sull'acqua e l'atmosfera, ha affermato che il cambiamento climatico in atto provocherà nei prossimi decenni una diminuzione della produzione di orzo, dal quale di ricava il malto d'orzo, principale materia prima della birra. La minore della produzione di orzo avverrà in modo particolare in Australia e in Nuova Zelanda in quanto intere regioni soffriranno di aridità e mancanza d'acqua.
PREZZI ALTI - «Ciò significa che il costo della birra è destinato ad aumentare», ha affermato Salinger. «L'industria birraria nei prossimi anni si dovrà attrezzare: per esempio sperimentando nuove varietà di malto». Ma non sarà solo il malto a diventare più caro, già i prezzi di alluminio (per le lattine) e zucchero (per la fermentazione) stanno salendo.
08 aprile 2008
http://www.corriere.it/economia/08_aprile_08/birra_cara_malto_10d6f6c0-0537-11dd-8738-00144f486ba6.shtml
lunedì 7 aprile 2008
domenica 6 aprile 2008
sabato 5 aprile 2008
A T T E N Z I O N E !
| Ecco come si può davvero aiutare il Tibet | | | |
| Scritto da Marcello Foa | |
| sabato 05 aprile 2008 | |
| ... matthieuRicard spiega come l’Occidente possa aiutare il Dalai Lama: “Deve dire chiaramente a Pechino che se non avvierà il dialogo con il Dalai Lama prima dei Giochi Olimpici, atleti e leader politici non parteciperanno alla cerimonia di apertura. Annunciare la propria assenza come semplice gesto di protesta, come ha fatto Angela Merkel, non basta; occorre che ci sia una volontà politica e sarebbe auspicabile una dichiarazione comune dei Paesi europei. Se tutti gli atleti della Ue rifiutassero di sfilare dietro le bandiere nazionali sarebbe uno smacco enorme per il governo cinese che, infatti, teme molto questa eventualità. Secondo Ricard questa è una misura ragionevole e costruttiva, mentre “il boicottaggio delle Olimpiadi sarebbe inutile». Sono d’accordo con lui e rilancio la sua proposta ai tanti italiani che in questi giorni si chiedono cosa si possa fare di concreto per aiutare i tibetani. Mi rivolgo soprattutto ai blogger invitandoli a riprendere e a diffondere la richiesta di Ricard. Il passaparola su Internet ha già fatto miracoli, perché non riprovarci? da:http://blog.ilgiornale.it/foa |
venerdì 4 aprile 2008
giovedì 3 aprile 2008
due etti di prosciutto crudo
Oggi mi è capitato un episodio un po' singolare.
Mi ero recato al patronato, e, entrato, mi sono avvicinato all'accettazione, dove un impiegato era intento a lavorare.
Ho educatamente aspettato che finisse quella cosa che sembrava impegnarlo molto intensamente.
Prima che mi desse retta, è arrivata una telefonata, direi interminabile, ed io lì, ad aspettare che si liberasse per darmi retta.
In breve mi ha fatto aspettare un bel po', senza degnarmi della minima attenzione.
Devo specificare che quel patronato era praticamente nuovo per me, e mi ci ero recato su consiglio di una persona.
Mentre aspettavo che mi desse retta (e dire che sto passando un momento in cui il mio tempo è particolarmente prezioso) è arrivata un'altra persona.
L'impiegato ha allungato la testa per scansare me, e gli ha chiesto cosa volesse, e gli ha dato le indicazioni necessarie.
Sono rimasto un po' sorpreso e contrariato, ma ho continauto ad aspettare pazientemente che si rivolgesse anche a me, ma quello ha ripreso con intensità le sue attività.
Poco dopo l'episodio si è ripetuto, e a questo punto mi sono sentito come quella ragazza della pubblicità, quella che ordina due etti di prosciutto crudo, e nessuno le dà retta.
Così, come ho capito che non mi avrebbe dato retta neanche dopo la seconda persona, gli ho chiesto spiegazioni.
Per quanto fossi stato educato e calmo (pur facendo riferimento ai due etti di prosciutto crudo) quello per tutta risposta ha sbottato che era esaurito, che era a due secondi dall'andarsene, che fino a quel momento aveva fatto fin troppo, e via dicendo.
poco dopo un'altra persona ha chiesto perché i suoi numeri non andassero avanti (c'erano varie serie di numeri, contraddistinti da una lettera iniziale diversa, e le altre file andavano avanti mentre la sua era ferma da ore) e lui per tutta risposta ha sbottato che era esaurito, che era a un secondo dall'andarsene, che fino a quel momento aveva fatto fin troppo, e se ne è andato davvero, lasciando il posto incostudito.
Beh, in quel patronato non credo che ci tornerò più.
Secondo me.
Mi ero recato al patronato, e, entrato, mi sono avvicinato all'accettazione, dove un impiegato era intento a lavorare.
Ho educatamente aspettato che finisse quella cosa che sembrava impegnarlo molto intensamente.
Prima che mi desse retta, è arrivata una telefonata, direi interminabile, ed io lì, ad aspettare che si liberasse per darmi retta.
In breve mi ha fatto aspettare un bel po', senza degnarmi della minima attenzione.
Devo specificare che quel patronato era praticamente nuovo per me, e mi ci ero recato su consiglio di una persona.
Mentre aspettavo che mi desse retta (e dire che sto passando un momento in cui il mio tempo è particolarmente prezioso) è arrivata un'altra persona.
L'impiegato ha allungato la testa per scansare me, e gli ha chiesto cosa volesse, e gli ha dato le indicazioni necessarie.
Sono rimasto un po' sorpreso e contrariato, ma ho continauto ad aspettare pazientemente che si rivolgesse anche a me, ma quello ha ripreso con intensità le sue attività.
Poco dopo l'episodio si è ripetuto, e a questo punto mi sono sentito come quella ragazza della pubblicità, quella che ordina due etti di prosciutto crudo, e nessuno le dà retta.
Così, come ho capito che non mi avrebbe dato retta neanche dopo la seconda persona, gli ho chiesto spiegazioni.
Per quanto fossi stato educato e calmo (pur facendo riferimento ai due etti di prosciutto crudo) quello per tutta risposta ha sbottato che era esaurito, che era a due secondi dall'andarsene, che fino a quel momento aveva fatto fin troppo, e via dicendo.
poco dopo un'altra persona ha chiesto perché i suoi numeri non andassero avanti (c'erano varie serie di numeri, contraddistinti da una lettera iniziale diversa, e le altre file andavano avanti mentre la sua era ferma da ore) e lui per tutta risposta ha sbottato che era esaurito, che era a un secondo dall'andarsene, che fino a quel momento aveva fatto fin troppo, e se ne è andato davvero, lasciando il posto incostudito.
Beh, in quel patronato non credo che ci tornerò più.
Secondo me.
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